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Limbo

sterpi, limoni e cani randagi. sei ragazzi, nel limbo improduttivo dell’adolescenza prolungata dall’università, e un Leonardo in Grecia. in fuga da relazioni interrotte, imprecise, indefinite – chi con un padre, chi con un fidanzato, chi con il mondo intero. e di nuovo il limbo si ripete, parentesi dalla consistenza soffocante del sole a picco nella giornata più calda d’estate. cicale, luce abbacinante, risacca di onde invisibili e il passo ritmato sulla strada polverosa che si propaga nella coscia e nel respiro rotto.

Scelgo la strada più lunga facendo una parte del percorso della corsa. Non ci sono più le albicocche, ma i limoni risplendono alla luce della luna. Le foglie degli ulivi mandano dei bagliori argentati e nell’aria c’è l’idea di qualcosa di sacro e antichissimo che mi fa rallentare il passo e respirare a fondo, quasi che semplicemente riducendo la velocità possa capire il senso profondo di qualcosa che sfugge, che so, il movimento intero del cosmo o il potere delle stelle.

La protagonista corre e si guarda attorno, cercando di pentrare pensieri e comportamenti dei suoi compagni di attesa. e intanto ricostruendo all’infinito le ultime battute scambiate con un amico-amore, incastrato nell’ennesimo limbo. lo stage non inizia e intanto l’ipocrita tentativo di dimenticare quello che ci si è lasciati alle spalle svela tutta la sua inutilità. altrove la vita è continuata con i ritmi consueti, lontana dallo scandire annoiato dei giorni di vacanza. mentre i ragazzi raccolgono sterpi e rifiuti sulle spiagge greche, appicicosi d’uzo, sudore e grasso di miele e souvlaki con la bocca che si impasta nello sforzo di una lingua sconosciuta.

Come si dice addio è il tentativo riuscito di raccontare come i giorni passano lenti e inutili in un’estate che precede la perdita dell’innocenza e la fatica di diventare adulti. con l’avvilupparsi sempre più incastrato nelle tele di ragno di relazioni che iniziano per gioco e finiscono per scherzo. la disperazione sorda di una vita che si percepisce già sprecata a vent’anni o il terrore silenzioso di saltare il fosso anche quando ci si aspetta o si sa che di là non c’è nulla da temere.

Federica mi appare bravissima nella delineazione dei personaggi (ragazzi così banali da risultare fastidiosi) e nel portare avanti le loro storie di vita. a volte la sua scrittura si perde, come il respiro rotto dalla corsa portata oltre i propri limiti, ma ritorna presto di una profonda levità, assolutamente capace di descrivere l’insensibile vortice dei giorni che si ripetono uguali e che impastano la vita, come il sonno pomeridiano.

E così capiamo, con un pensiero pulsante e silenzioso, che noi serviamo a mandare avanti progetti come questo, universi paralleli che sono una sorta di acrobazia esistenziale, un esperimento così fittizio che non funzionerà mai. Questi progetti non possono fare a meno di noi, ma le nostre persone sono solo una sostanza accidentale, elementi intercambiabili ed eliminabili, sovrabbondanti. E scomparendo non lasceremo nemmeno il segno della nostra assenza.

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Archiviato in:fiction e non fiction

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sono inquieta e pigra; un’ultra indipendente dal cuore tenero; sono timida e snob, sgarbata e sorridente, pensierosa e volatile, insicura e superba. sono tante cose insieme e spesso nessuna che conti davvero. ho un fascino a me nascosto che inspiegabilmente fa sì che la gente si ricordi di me. il più delle volte vorrei essere invisibile, ma ho un amore a tratti corrisposto per il palcoscenico, il più bel posto del mondo. ho il musetto da bimbetta ma le mie spalle sono larghe. tra tanti ho un desiderio e tra infinite un’idea fissa: permettermi il lusso di fare il lavoro che mi piace.

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