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pensieri interrotti

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Bob Landry, 1946

in assoluto la cosa che accuso di più di questo tempo in prognosi riservata è la continua perdita di memoria. accumulo pensieri interrotti, abozzi di riflessioni, aborti di idee geniali. il mio più grande errore è quello di accantonarle in un angolo, appuntarle a bordo pagina, pensando di trovare uno spazio fertile quando ripescarle e ricamarle una a una. e invece rimangono a fare la ragnatele nello scantinato della mia testa, come i giornali e le riviste e i romanzi e i fumetti sulla odiata moquette di camera mia.

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sono inquieta e pigra; un’ultra indipendente dal cuore tenero; sono timida e snob, sgarbata e sorridente, pensierosa e volatile, insicura e superba. sono tante cose insieme e spesso nessuna che conti davvero. ho un fascino a me nascosto che inspiegabilmente fa sì che la gente si ricordi di me. il più delle volte vorrei essere invisibile, ma ho un amore a tratti corrisposto per il palcoscenico, il più bel posto del mondo. ho il musetto da bimbetta ma le mie spalle sono larghe. tra tanti ho un desiderio e tra infinite un’idea fissa: permettermi il lusso di fare il lavoro che mi piace.

2 Comments

  1. Zapotec

    Quant’è bella giovinezza
    che si fugge tuttavia!
    Chi vuol esser lieto, sia:
    di doman non c’è certezza.
    […]

    La matassa si sgroviglia dal bandolo…

    Ciò che non dice il proverbio è la pazienza e la perseveranza necessarie per riportare il contorto gomitolo al semplice filo.

    A un certo punto, è necessario fermarsi e cercare di capire cosa si vuol fare da grandi…

    Che nel Vangelo (la maiuscola solo perchè è un titolo, neh?!) c’è la parabola dei talenti…

    : )

  2. Denise

    Evviva! Sono con te in ogni singola sillaba.
    Lo scrivo spesso anche sul mio blog che si “paga caro” il prezzo del privilegio della cultura. Ma vi sembra una cosa normale? E i “novellini” (lo sono stata anch’io), non appena arrivano in redazione, non sanno come vanno davvero le cose, perché nessuno glielo spiega, e quando qualcuno tenta di aprir loro gli occhi negano a se stessi… questo finché hanno in circolo lo stupefacente “lavoro nell’editoria, ce l’ho fatta”. Poi si rassegnano al vortice del lavoro pressante, accompagnato a diversi gradi di ingiustizia, e non reagiscono in nessun modo (non bisogna nemmeno parlarne!) per paura di perdere quel poco che hanno. E in tutto questo a pagare sono anche i lettori, perché considerare i lavoratori che fanno materialmente il libro meno importanti della signora che passa la sera a svuotare i cestini (con tutto il rispetto per lei che si guadagna il pane con dignità) porta a ritenere la qualità dei contenuti meno indispensabile della forma (e spesso nemmeno quella è di qualità)… ecco la ragione di libri in condizioni vergognose.
    Scusate lo sfogo, ma mi ci voleva per ricominciare un’altra settimana.

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