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precari interrogativi

tantissime persone leggono il mio blog. o almeno a me sembrano tante, perché non ci sono abituata. sono invisibili, che non lasciano commenti e quindi forse disprezzano quanto scrivo. e che per di più probabilmente leggono solo i miei post dedicati all’editoria. sono lettori che arrivano da ricerche su google, ricerche su “come lavorare in editoria”.

ultimamente sono sempre più preoccupata per i lavoratori dell’editoria in Italia. e questo è  forse un problema che non ha mai toccato i miei lettori. continuo a pensare che il mio sia uno dei mestieri più belli che si possano fare e di sicuro il migliore che potrei fare io, ma ci sono degli interrogativi, di ordine politico, che bisognerebbe farsi, lavorando in una casa editrice.

quando facevo il master, nessuno mi ha mai parlato della condizione precaria della maggior parte dei lavoratori editoriali. condizione che di certo riflette quella di ormai buona parte della gioventù italiana. ma perché nessuno racconta che a lavorare per una casa editrice (va un po’ meglio a chi lavora “in” una casa editrice, ma quante persone sono?) si guadagna meno che a lavorare in banca, meno che a fare l’impiegato, a volte meno che a fare le pulizie? qualcuno potrebbe pensare che sia un lavoro più nobile, più stimolante, più creativo. ma molto spesso anche questo non è vero e non si va oltre la mera esecutività. a bassissimo prezzo, e con ritmi frenetici e sfiancanti, che poco spazio lasciano alla riflessione, al progetto, ai presupposti della creazione di cultura, in senso proprio.

roksana micał 2009 - Last night train serie
roksana micał 2009 – Last night train serie

qualche tempo fa ne parlavo con un amico, ex compagno di master. lui diceva che la responsabilitià di non fare niente per migliore la situazione (per cercare di creare un tariffario decente, non arrivo mica a sognare una coscienza di gruppo) è anche di quelli che ora come ora lavorano in editoria, che non vogliono perdere il loro privilegio sudato passo a passo, umiliazione dopo umiliazione, e che si guardano bene dal facilitare la vita a chi verrà dopo di loro, perché questo potrebbe significare perdere il lavoro.

vi rendete conto a che punto siamo arrivati, vero? io non ci sto a diventare una che si limita a difendere il proprio magro privilegio, a costruire recinti attorno al suo giardino spelacchiato. ecco perché martedì prossimo sarò alla riunione di Rerepre.

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Archiviato in:editoria e dintorni, vita precaria

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sono inquieta e pigra; un’ultra indipendente dal cuore tenero; sono timida e snob, sgarbata e sorridente, pensierosa e volatile, insicura e superba. sono tante cose insieme e spesso nessuna che conti davvero. ho un fascino a me nascosto che inspiegabilmente fa sì che la gente si ricordi di me. il più delle volte vorrei essere invisibile, ma ho un amore a tratti corrisposto per il palcoscenico, il più bel posto del mondo. ho il musetto da bimbetta ma le mie spalle sono larghe. tra tanti ho un desiderio e tra infinite un’idea fissa: permettermi il lusso di fare il lavoro che mi piace.

7 Comments

  1. clobosfera

    Cara Iamclumsy, siccome pure io sono clumsy e non vedo il tuo indirizzo email qui, volevo chiederti se puoi metterti in contatto con la redazione di PrecarieMenti a questo indirizzo: precariementi@gmail.com
    Grazie, Claudia

  2. Denise

    Ho sbagliato a inserire il commento, Clumsy, andava qui…

    Evviva! Sono con te in ogni singola sillaba.
    Lo scrivo spesso anche sul mio blog che si “paga caro” il prezzo del privilegio della cultura. Ma vi sembra una cosa normale? E i “novellini” (lo sono stata anch’io), non appena arrivano in redazione, non sanno come vanno davvero le cose, perché nessuno glielo spiega, e quando qualcuno tenta di aprir loro gli occhi negano a se stessi… questo finché hanno in circolo lo stupefacente “lavoro nell’editoria, ce l’ho fatta”. Poi si rassegnano al vortice del lavoro pressante, accompagnato a diversi gradi di ingiustizia, e non reagiscono in nessun modo (non bisogna nemmeno parlarne!) per paura di perdere quel poco che hanno. E in tutto questo a pagare sono anche i lettori, perché considerare i lavoratori che fanno materialmente il libro meno importanti della signora che passa la sera a svuotare i cestini (con tutto il rispetto per lei che si guadagna il pane con dignità) porta a ritenere la qualità dei contenuti meno indispensabile della forma (e spesso nemmeno quella è di qualità)… ecco la ragione di libri in condizioni vergognose.
    Scusate lo sfogo, ma mi ci voleva per ricominciare un’altra settimana.

  3. Zapotec

    arriva il cagacazzo…

    Quel che conta davvero nel mondo del lavoro, non è tanto la cultura di base (sebbene importante). La cosa FONDAMENTALE è l’esperienza! Obiettivo al quale si può arrivare solo dopo luuuunghi anni di gavetta.

    Non si tratta di ingiustizie! Si tratta di banale economia di mercato (tutti sono sostituibili e la domanda – chi cerca lavoro – supera di gran lungo l’offerta – la richiesta di lavoratori).

    Crudo? Brutto? Si stava meglio prima?

    Non importa! Oggi il mondo funziona così! E va avanti solo chi ha la perseveranza di stringere i denti, giorno dopo giorno.

    PS: se poi se ne fa una questioni di soldi, allora non nascondiamoci dietro la “cultura”. Che 100 italiani vogliono il lavoro “fighetto” e rifiutano lavori più umili e meglio retribuiti (lasciati ad extracomunitari et similia).

    Asimov ci avrebbe visto i segnali di un popolo in decadenza…

    • clumsy

      non credo che tu sia cagacazzo, Zapotec. anzi, dici cose che mi fanno riflettere. sappilo…

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