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come fate, voi che scrivete?

Hansel e Gretel - Lorenzo Mattotti

io non so se ce la faccio, a tirare fuori quel che voglio tirar fuori. ché lo sento che è lì che pressa preme pizzica. ma poi mi sembra di fare una cosa che non si deve fare a tirarlo fuori. un po’ come se mi mancasse il coraggio. come mi è successo con la fotografia, che io mi imbarazzavo a fare le foto alla gente, perché mi immaginavo a essere loro e a essere inquadrata e a pensare che poi mi portavano via con loro e io non volevo essere portata via da qualcuno che nemmeno conoscevo. una specie di pudore, no? e allora lo stesso succede con la scrittura. se devo essere completamente sincera a scrivere, come faccio a non far male a quelli a cui voglio bene? perché alla fine un po’ di male gli fai, se tiri fuori proprio tutto. e non è  voler fare un’autobiografia, ma semplicemente tirare fuori.

non so: sarò io che quando leggo le cose dei miei amici o delle persone che conosco sempre ci cerco loro? come fate, voi che scrivete? le cose vere le nascondete in fondo in fondo in modo che siano irriconoscibili eppure ci sono? oppure ve ne fregate se qualcuno le riconosce e ci rimane male? perché noi esseri umani siamo capaci di pensieri davvero immondi. pensieri immondi anche su coloro che amiamo. che è poi lì che si trovano le cose interessanti: nel dissidio, nella contraddizione. e allora come fate, voi che scrivete? oppure mi volete dire che scrivete ma dentro non ci mettete nemmeno un pizzico di verità? perché allora per me quello non è davvero scrivere.

o sbaglio?

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sono inquieta e pigra; un’ultra indipendente dal cuore tenero; sono timida e snob, sgarbata e sorridente, pensierosa e volatile, insicura e superba. sono tante cose insieme e spesso nessuna che conti davvero. ho un fascino a me nascosto che inspiegabilmente fa sì che la gente si ricordi di me. il più delle volte vorrei essere invisibile, ma ho un amore a tratti corrisposto per il palcoscenico, il più bel posto del mondo. ho il musetto da bimbetta ma le mie spalle sono larghe. tra tanti ho un desiderio e tra infinite un’idea fissa: permettermi il lusso di fare il lavoro che mi piace.

16 Comments

  1. io quando scrivo mi lascio andare: allora quei pensieri immondi vengono fuori, con forza e virulenza.
    ma trascendo me stessa: sono io che ho quei pensieri, ma non sono davvero io. è un io determinato, in quella situazione specifica della quale si sta scrivendo, è un io che potenzialmente potrebbe fare delle scelte diverse da quelle che io ho già preso. non è proprio “la verità”, è una verità.

    • clumsy

      @ littlecloud: e questa è la risposta che dai a chi ti chiede, se ti chiede? sei circondata da persone comprensive o forse sono io che sottovaluto quelle che circondano me

  2. non so se valgo come una_che_scrive, però è una domanda che mi pongo molto spesso, e trovarla ripetuta uguale qui me la sta facendo girare e rigirare in testa ancora di più. non conosco la risposta – credo che ognuno abbia la sua. quello che sto cercando di fare io è questo: trasformarla da “reale” a “vera” e, nella trasformazione, cambiare i dettagli che ferirebbero, camuffarli in modo da coprire certi spigoli. non sempre è possibile. se il dolore è necessario, lo procuro. se non è necessario, mi chiedo se sia necessaria la sua trasformazione in scrittura. è un campo minato, e c’è bisogno di coraggio e c’è bisogno di incoscienza e c’è bisogno, soprattutto, di incrollabile fiducia – fede? – nella verità.

    • clumsy

      anche io mi ci interrogo molto. ha forse a che fare anche con il rapporto tra essere un “buon” essere umano e essere un buono scrittore o artista. ne parlava anche Paolo Cognetti in uno dei suoi ultimi post e lui per primo temeva che le due cose si escludessero.

      • grazie per il link, me l’ero perso. io voglio sperare che si possa essere entrambe le cose, che il fatto che, in quanto esseri umani, siamo capaci di pensieri immondi, non ci pregiudichi la capacità di essere “buoni” esseri umani. e non è tacendo di questi pensieri, della nostra umanità, che si diventa un buon essere umano, credo. anzi, messa così mi viene da dire che se uno scrittore o un artista dà voce a quei pensieri – senza crudeltà, senza desiderio di ferire, ma con umiltà e desiderio di verità, le due cose non sono più inconciliabili, anzi.

  3. Allora, io di solito faccio così: cerco di non scrivere niente che non abbia il coraggio di dire in faccia. A volte provo a immaginarmi la scena e se vedo che nel mio film mentale desisto, allora evito di scrivere quello che non saprei comunicare a voce. Non so se ho centrato il punto.
    … L’ho centrato?
    Un abbraccio.
    (Sul dissidio tra vita e arte dai un’occhiata alla biografia di Tolstoj).

  4. ecco. secondo me è questo: non interrogarsi su chi sta scrivendo cosa.
    mi spiego meglio.

    non importa molto se quello che leggi, anche se di un tuo amico, è la “verità”, non stai leggendo un diario, stai leggendo finzione. ammesso che questo tuo amico scriva che ha un’amica redattrice stronzissima e spocchiosa e arrogante, la domanda “sono io?” è lecita, ma inutile. Non credo troverai mai risposta, se lo chiedessi, se si sta aprlando di narrativa. Se io fossi quel tuo amico ti risponderei no, non sei tu, e magari non lo sei davvero, magari ti ho preso come ispirazione ma poi ci metto sopra i caratteri di qualcun altro o di una persona inventata o che ho incontrato sul bus e non ha fatto sedere un’anziana e mi ha fatto rabbia.

    il discorso è: quando si scrive per finzione e narrativa, secondo me, non si scrive mai sempre e solo di qualcuno. si scrive per qualcuno, si scrive per un tu impersonale, si scrive come piove (cit.) ma lo scrivere di qualcuno è una cosa che io, per dire, non faccio mai.

    scrivo un lettera, piuttosto, ma non scrivo un racconto.

    • è tutto vero, ma come glielo spieghi a chi non scrive? ti faccio un esempio scemo. mia madre, ogni volta che legge qualcosa di mio si sente male non appena vede scritto: mamma. anche se a dire mamma è un fenicottero o un uomo di cinquant’anni o un bambolotto. ma non è solo lei: chiunque mi legga, anche quando legge le mie finzioni, mi cerca e cerca tracce di se stesso e/o di altri in quello che ho scritto. e allora tu che scrivi e sai come funzionano le cose puoi non interrogarti su chi ha scritto cosa e perché, ma se tutto è autobiografia, in un certo senso, ti troverai sempre a dovere affrontare lo sguardo o le domande degli altri, quando le cose che hai scritto saranno lette. e puoi decidere di non doverti giustificare, puoi decidere di mettere i baffi finti ai tuoi personaggi, ma il problema – lo sguardo, le domande, la ferita o la sua possibilità – resta comunque. non abbiamo scelta su quello che il lettore decide di leggere, su come decide di leggerci. e io non voglio pensare che il mio lettore si ponga delle domande inutili. se ha bisogno di porsele ha tutto il diritto di farlo, e io ho il dovere di cercare di non fargli male di proposito.

      • clumsy

        mi sento molto in sintonia con quello che dice Madame Psychosis.

        come glielo spieghi a chi non scrive?

        se io per prima guardo con gelosia, malizia e sospetto tutto quello che viene scritto da chi mi sta vicino, come fa a non venirmi in mente che stia per accadere qualcosa di analogo quando faccio leggere ad altri o quando mi metto a scrivere o anche soltanto a pensare che vorrei scrivere qualcosa?
        forse il nodo è qui:

        non abbiamo scelta su quello che il lettore decide di leggere, su come decide di leggerci.

        e allora davvero a un certo punto ti stacchi e cerchi soltanto di essere sincera e necessaria. un po’ quello che dice Glò.

  5. Pingback: if it’s your decision/ to be open about yourself/ be careful or else… « yellow letters

  6. riparto dal primo invito di clumsy: è vero, a fotografare delle persone a sorpresa gli rubi qualcosa e lo porti con te. E quando capita se ne accorgano, le reazioni sono le più varie, anche pericolose, ma mai del tutto accondiscendenti. Per questo è così divertente, da diventare un genere, praticato dagli “streephers”,(“street photographer”). Dà il brivido del furto. Però io, probabilmente come rigurgito di coscienza, ci riesco solo in città molto lontane da casa mia.
    Scrivere è diverso: scrivi di qualcuno vigliaccamente, no danger to be catched. Eppure chissà perchè io penso sempre 2 cose: 1)e se domani cambio idea? 2) e se un ladro mi ruba il pc? Ma io non sono uno scrittore. Uno scrittore vero ruba tratti qua e là e poi monta profili, spesso paradigmatici. L’amatore crea dei caratteri che sono mere repliche di sè stesso e dei suoi prossimi, sebbene camuffate nella vita, nella fisionomia, nell’età, nei luoghi.
    E leggo solo da amatore: posso cogliere la tecnica narrativa e altri aspetti di mestiere, ma inevitabilmente pesco soprattutto quello che in quel momento le pagine mi possono suggerire, funzione di cosa sto vivendo o cerco in quel momento (per voi che mi sembra con l’editoria ci lavoriate credo sia, o almeno debba essere, diverso); lo scrittore non immaginerà mai di cosa ha trasferito a me: se i sui personaggi funzionano ciascun lettore ne può saccheggiare a piacimento quel che vuole!

    • clumsy

      grazie sesto rasi, interessante sia il riferimento diretto alla tua esperienza fotografica (io non sarei mai capace, nemmeno in città lontane!) sia la tua esperienza da lettore. è vero: io lettore “pesco” quel che mi serve tra le pagine ed è questa una delle più grandi magie della lettura. ma, dall’altra parte del libro, le citazioni che sto raccogliendo dimostrano che gli scrittori stessi si interrogano su quanto possono lavorare con l’autenticità, la veridicità, l’autobiografia, l’adesione alla realtà.
      boh, io continuo a raccogliere e riflettere.
      a te un grazie per essere passato

  7. è un piacere e conto di ripassare, perchè mi fa uno strano effetto. Lo stesso effetto che, in qualunque delle mie insane consuetudini amatoriali (la lettura asistematica di una quantità di roba scarsamente amalgamabile è solo una) mi fa vedere i professionisti (anche la maggior parte di chi ti commenta mi sembra ci lavori). Diciamo che mi ritengo un esempio un po’ fuori campione di consumatore dell’editoria…. e, magari senza ingombrare troppo, mi fa piacere ripassare per descriverti man mano questo effetto.ciao

    ah, se ti capita passa anche tu a trovarmi: anch’io in qualcosa sono professionista, ma sto facendo una scelta drastica e la racconto nel mio blog (figurati, i primi post di 9-10 mesi fa li iniziai con una sorta di bibliografia, o meglio una panoramica sui testi che mi stavano ispirando)

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