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autentico o inautentico? – Vargas Llosa

Che cosa vorrà mai dire, essere uno scrittore autentico? Quel che certo è che la finzione è, per definizione, un’impostura – una realtà che non è e che tuttavia finge di esserlo – e che ogni romanzo è una menzogna che si fa passare per verità, una creazione il cui potere di persuasione dipende esclusivamente dall’uso efficace, da parte del romanziere di alcune tecniche di illusionismo e prestidigitazione somiglianti a quelle usate dai maghi nei circhi o nei teatri. E quindi, ha forse un senso parlare di autenticità nel terreno del romanzo, genere in cui la cosa più autentica è che si tratta di un inganno, un raggiro, un miraggio? Lo ha, ma in questi termini: il romanziere autentico è quello che obbedisce docilmente agli ordini che la vita gli impone, scrivendo su quegli argomenti ed evitando quegli altri che non nascono intimamente dalla sua diretta esperienza e giungono alla sua coscienza con carattere di necessità. In ciò consiste l’autenticità o sincerità del romanziere: nell’accettare i suoi propri demoni e nel servirli secondo la misura delle proprie forze.

Il romanziere che non scrive di ciò che nel suo profondo lo stimola e lo incalza, e freddamente sceglie argomenti o temi in modo razionale, perché pensa che in questo modo raggiungerà maglio il successo, è inautentico, e la cosa più probabile è che, proprio per questo, sia anche un cattivo romanziere (anche se raggiungerà il successo: le liste dei best-seller sono piene di pessimi romanzieri). Ma mi sembra difficile che si possa diventare un creatore – un trasformatore della realtà – se non si scrive incalzato e alimentato sulla base del proprio essere da quei fantasmi (demoni) che hanno fatto di noi romanzieri obiettori essenziali e ricostruttori della vita nelle finzioni che inventiamo. Credo che accettando quell’imposizione – scrivendo a partire da ciò che ci ossessiona e ci eccita ed è viscerale, anche se spesso misteriosamente integrato nella nostra vita – si scriva «meglio», con maggiore convinzione ed energia, e si sia più attrezzati per affrontare quel lavoro, appassionante ma, allo stesso tempo, arduo, disseminato di delusioni e di angosce, che è l’elaborazione di un romanzo.

Gli scrittori che rifuggono dai loro demoni e si impongono certi argomenti perché credono che quelli non siano abbastanza originali o attraenti, mentre lo sarebbero questi, sbagliano in modo madornale. Un argomento in sé non è mai né buono né cattivo, in letteratura. Tutti gli argomenti possono essere entrambe le cose, e ciò non dipende dall’argomento in sé, ma da ciò in cui un argomento si trasforma quando si materializza in un romanzo attraverso una forma, cioè attraverso una scrittura e una struttura narrative. È la forma in cui prende corpo a far sì che una storia sia originale o banale, profonda o superficiale, complessa o semplice, è la forma a dare densità, ambiguità, verosimiglianza ai personaggi o a renderli caricature prive di vita, fantocci da burattinaio.

Lettere a un aspirante romanziere Mario Vargas Llosa (Einaudi, 1998)

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sono inquieta e pigra; un’ultra indipendente dal cuore tenero; sono timida e snob, sgarbata e sorridente, pensierosa e volatile, insicura e superba. sono tante cose insieme e spesso nessuna che conti davvero. ho un fascino a me nascosto che inspiegabilmente fa sì che la gente si ricordi di me. il più delle volte vorrei essere invisibile, ma ho un amore a tratti corrisposto per il palcoscenico, il più bel posto del mondo. ho il musetto da bimbetta ma le mie spalle sono larghe. tra tanti ho un desiderio e tra infinite un’idea fissa: permettermi il lusso di fare il lavoro che mi piace.

2 Comments

  1. Ciao. La prima impressione, leggendo le righe, è che il discorso sia un po’ superficiale, soprattutto quando si dice che è probabile che uno scrittore inautentico sia anche un cattivo romanziere. Poi arrivo in fondo, leggo la firma, e penso sia il caso di rileggere il pezzo.
    Lo rileggo.
    Rieccomi: è tutto in tempo reale, si capisce. Ho cambiato la mia opinione, mi sento un caprone fazioso e prezzolato. Ma le cinque righe iniziali non le avevo considerate per bene. Penso che il succo del discorso, alla fine, sia: chi scrive di vampiri, in questo momento, è uno scrittore inautentico (tanto per fare un esempio). Chi scrive per cercare un riscontro puramente commerciale, è uno scrittore inautentico. Mi sta bene, in effetti.
    L’unica cosa che ancora non riesco a far funzionare è il capitoletto finale. Dice che chi si obbliga in contesti lontani perché crede che i suoi argomenti non siano abbastanza originali, sbaglia in modo clamoroso: un argomento in sé non è mai buono né cattivo, in letteratura. Ecco cosa non capisco: primo, mi sembra che sopra non si alludesse a un’originalità dei contenuti, ma a una commerciabilità, come detto, a un istinto lucroso, che poco ha a che fare con la letteratura; secondo, se un argomento in sé non è assolutamente buono o cattivo, se il successo, se la creazione artistica dipendono soprattutto dalla forma con la quale si esprime il tale argomento, perché lo scrittore inautentico fa uno sbaglio madornale nello scegliere un contenuto anche distante dalla sua sfera (contenuto che poi, se lo scrittore è uno scrittore, imparerà a padroneggiare informandosi sugli argomenti e sulle tematiche inerenti)?
    Poi arrivo di nuovo in fondo, leggo la firma e mi chiedo che mi è preso, stamattina, di mettermi qui a tirare cazzate. Scusami per il doppio post, bel blog, ciao, buona giornata.

    • clumsy

      Ciao cidrolo, io ho interpretato le prime frasi come quelle di uno che si mette dalla parte del solito luogo comune su romanzieri e romanzi: che non servono a nulla, non sono necessari, etc. per poi rovesciare il punto di vista con più efficacia.
      mentre nel finale secondo me il concetto importante è quello di ossessione: io posso anche essere ossessionata dall’India o dall’Italia medievale o molto più semplicemente dai pensieri che passano per la testa di un satiro settantenne maschio (essendo io femmina e trentenne); è questa ossessione che secondo Vargas Llosa rende possibile (non ovvia, ma diciamo che è una condizione necessaria) la nascita di un buon romanzo.
      io così ho interpretato.
      ma sono interpretazioni da caprona! :)
      a presto

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