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Vivere a Ice Haven

[recupero dal mio vecchio blog antiche cose scritte, in questo caso una cosina su un fumettista minore. prima volta online: 18 settembre 2007]

c’è un bimbo che poi tanto bimbo a guardarlo in faccia non sembra, forse è solo molto basso e ha questa smorfia perenne come se stesse per fare la cacca. va sempre in giro in pelliccia, come quella che si metteva anche mio padre negli anni sessanta, gigante e pelosa, che non so il coraggio che aveva. questo bimbo va in giro ma poi in realtà è scomparso. si chiama David Goldberg.
c’è un altro bimbo, Charles. lui è biondo e indossa sempre un cappellino con visiera blu e un paio di occhiali da nerd. a ben guardare il bimbo è proprio un po’ sfigato: è vestito in modo improbabile, dice/pensa cose improbabili, è innamorato della sua nuova sorella, Violet.
Violet si è trasferita da poco. quella stronza senza cuore di sua madre si è messa in testa di andare a vivere con il padre di Charles. Violet dà pochissimo tempo a questa storia, ma intanto ha diciassette anni ed è capitata in questo buco di posto, lontanissima dal suo amato Penrod.
ci sono due detective un po’ fedigrafi, qualche scrittore – più o meno – di successo, un critico di fumetti, un coniglietto azzurro, un giovane borderline.
Daniel Clowes dipinge la vita di una cittadina americana alle prese con un piccolo fatto di cronaca, che in realtà poco o niente influisce sulla vita dei protagonisti che finiscono sotto la lente del fumettista.
in formato orizzontale, una striscia ogni doppia pagina o più racconta le vicende di un personaggio seguendole intrecciate con le altre come in una soap opera, con invenzioni grafiche sempre diverse, più o meno stilizzate più o meno “anticate“, i personaggi sempre un po’ diversi ma riconoscibili, come Ice Haven, con l’enorme sasso-testa-fungo-bubbone che sbuca in mezzo al parco.

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Archiviato in:fumetto e illustrazione, scaffale

About the Author

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sono inquieta e pigra; un’ultra indipendente dal cuore tenero; sono timida e snob, sgarbata e sorridente, pensierosa e volatile, insicura e superba. sono tante cose insieme e spesso nessuna che conti davvero. ho un fascino a me nascosto che inspiegabilmente fa sì che la gente si ricordi di me. il più delle volte vorrei essere invisibile, ma ho un amore a tratti corrisposto per il palcoscenico, il più bel posto del mondo. ho il musetto da bimbetta ma le mie spalle sono larghe. tra tanti ho un desiderio e tra infinite un’idea fissa: permettermi il lusso di fare il lavoro che mi piace.

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