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fading away

Richard Estes

mi dicono di rinchiudere il pensiero in una scatola e metterlo via e badare a me, che il lavoro è il miglior fidanzato, che la mia casa e le feste nei locali, e poi facciamo una cena, eh?, che se lo vedo io non so nemmeno se lo saluto, e si chiude una porta e si apre un portone, ma tu non pensarci che poi vedrai che quando meno te lo aspetti… e vai all’ikea a comprare il divano, ma mangi? sei dimagrita troppo, non va bene, vai dal dottore, e come sei bella! è sempre così più stai male più sei bella

e invece io sono fatta di pensiero e parole e mentre mi svuoto e si allargano i vestiti, la mia testa ingloba tutto, come se fossi una centralina a migliaia di anni luce dalla terra che però registra ogni cosa, con il suo fischio elettrico persistente, fiii, che è fastidioso e distrae e non fa dormire ma intontisce e concentra e deconcentra, ronza nelle orecchie, fiii, mentre vado alle riunioni e bevo birra e traduco e pulisco casa e monto mobili e compro libri fiii

e mentre penso e scrivo ti prendo a morsi fiii un pezzetto alla volta
“chissà come sarai a dicembre, che io ti conosco solo in primavera” e poco a poco ti mangio la carne ai fianchi
e “ma come sarà successo, forse quando camminavamo per strada, o seduti lontani ad ascoltare Katchor, per quella canzone che piaceva a entrambi, o quando mi hai detto si potrebbe andare insieme in America e si starebbe bene” e intanto ti scoloro i tatuaggi
e poco a poco “ci ho guardati riflessi nella vetrina e ho pensato che siamo belli insieme” scompaiono gli occhiali
e “ti devo far vedere dove lavoro, e mia madre e il pesce spada, e mio padre e le zanzare, e mio nonno e tu che sei comunista” e via peli dalla barba e i capelli sempre più corti
e anche tu diventi sempre più magro e filiforme “pensa che queste cose non ho mai avuto voglia di farle, andare a prendere dal lavoro, tenere per mano, mi sento vivo e sono felice”
e fiii “fare l’amore così, come ad avere quindici anni, che ogni volta è più bello e più libero ma è come fosse sempre la prima volta ed è una meraviglia” e tutto il tuo corpo diventa trasparente e più leggero e inconsistente

fiiiiii

e il tuo nome, il nome che non dicevo mai perché non sono capace, perché mi sembrava di tenerti troppo vicino, che se lo dicevo mi entravi dalla bocca e se imparavo a dirti poi non sarei più stata in grado di staccarti, era l’ultima resistenza, l’estrema difesa, che poi avrei dovuto diseducarmi anche a quello quando sarebbe successo, che in fondo lo sapevo che sarebbe successo, ma nella testa poi lo ripetevo sempre, quando eri lontano, quando ti pensavo, quando ti guardavo, quando ti toccavo, ogni momento
eri o va le a a la le o va ve re li
e fiii anche il tuo nome a poco a poco si sfalda si scompone svanisce

e mentre io dimagrisco avvolta nel mio fiiii tu a ogni parola che scrivo rimani intrappolato nel bianco ed esci da me e diventi una successione di bit e righe di inchiostro su quaderni abbandonati

e allora scompariamo assieme, io fiii danzo attorno a te parola e pensiero fiii
a millemila anni luce dalla terra, dov’è buio e silenzio se non fosse per quel fiiii che intontisce e confonde e alla fine è solo

fiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

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About the Author

Pubblicato da

sono inquieta e pigra; un’ultra indipendente dal cuore tenero; sono timida e snob, sgarbata e sorridente, pensierosa e volatile, insicura e superba. sono tante cose insieme e spesso nessuna che conti davvero. ho un fascino a me nascosto che inspiegabilmente fa sì che la gente si ricordi di me. il più delle volte vorrei essere invisibile, ma ho un amore a tratti corrisposto per il palcoscenico, il più bel posto del mondo. ho il musetto da bimbetta ma le mie spalle sono larghe. tra tanti ho un desiderio e tra infinite un’idea fissa: permettermi il lusso di fare il lavoro che mi piace.

6 Comments

  1. Non mettere nulla dentro una scatola. Squadernatelo bene. Scopri le connessioni che non hai voluto vedere. Ricostruisci il filo delle cos che non hai colto perché diventavano una dissonanza cognitiva. Datti della stronza. Ricomincia da capo. Fai rewind. Riascolta il nastro con l’orecchio definitivamente leso e perciò sano. Beviti il bicchiere fino alla feccia. Pigliati a schiaffi moralmente e fisicamente. Poi smetti di cullarti nel dolore. Ubriacati. Combatti il mal di testa del mattino dopo. Ripigliati a schiaffi. Incazzati. Piglia un altro pomeriggio per autocommiserarti. Stai sotto la doccia come fosse pioggia. Asciugati via l’acqua, le illusioni, te stessa che pende dalle labbra, te stessa che non ci crede. trofina bene. Asciugati. Uso il phon caldo dentro gli interstizi dell’anima. Rivestiti. Compra un buon libro. Dormi 12 ore filate. Brucia un libro che avevi letto allora. Spacca due CD musicali. Butta quei due vestiti e quel paio di scarpe. Incazzati profondamente. Dormi ancora. Poi svegliati, tocca il viso, riprendi contatto, pesta i piedi e batti le mani per sentire il rumore. Vomita. Accorgiti di te. Smetti di commiserarti. Disintossicati dalla paura. Rimettiti al lavoro, fai, stancati, ristancati. Apri gli occhi guardati intorno. Fermati. Sei guarita.

  2. anche io sono dimagrita molto (soprattutto, me lo dicono). sento vicino quello che scrivi. e penso che il commento di ars longa racchiuda un po’ tutto quello che c’è da dire (e da fare :-) ).

  3. paoloboza

    Sei a buon punto allora… io dove sono non lo so… se bastasse tutto questo lo farei alla lettera tuttodunfiato.Ma… ma niente mi sento stronzo e basta. Ed è già un passo avanti a quanto pare…

    • clumsy

      sentirsi stronzi fa bene a volte. o comunque sempre meglio che sentirsi delle merde, anche se della stessa materia si tratta. :)

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