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Le Petit Néant, una rivista tra carta e rete

[articolo originariamente apparso su Lo Spazio Bianco]

935385_405889412841663_1708323341_n Per gli appassionati di illustrazione e fumetto le riviste sono uno strumento imprescindibile. Le migliori sono contenitori perfetti dove andare a pescare nuovi nomi e nuovi sguardi; questo chiaramente quando chi le cura è in grado di proporre una selezione attenta, grazie a un gusto che sappia discernere anche partigianamente nella molteplicità di oggi quel che vale la pena di offrire al lettore.

Ecco perché non mi sono lasciata sfuggire l’opportunità di ricevere una copia del primo numero (in 500 esemplari) di Le Petit Néant, rivista nata tra Italia, Londra e Parigi, e curata da Miguel Angel Valdivia e dalla designer Giulia Garbin.

Il primo colpo d’occhio è da autoproduzione minimale: copertina tipografica con nome della rivista e numerazione su cartoncino neutro, rilegata a filo nero, le pagine del quaderno non sono rifilate e sporgono dalla copertina. L’effetto generale è davvero anglosassone: un understatement molto elegante. Dentro, pagina bianca, pagina nera e si comincia con una carrellata ininterrotta di disegni.
Siamo più nel solco dell’illustrazione apparentemente, perché del fumetto manca (per lo più) la caratteristica principale della sequenzialità. Ma certo gli stilemi sono quelli del fumetto, o di un “certo” fumetto: molta matita, molta china, molto bianco e nero. E a confermare l’impressione compare qualche balloon, addirittura qualche vignetta e ogni tanto le pagine si moltiplicano diventando una storia di (al massimo) tre tavole. Per il resto si pesca da altri parenti illustri, oltre che dalla già citata illustrazione: grafica, collage, cartellonistica, graffito, xilografia.

Del resto sul posterino risografato inserito all’interno scopriamo che Le Petit Néant “is a magazine that covers the art of drawing” ovvero che si occupa in senso lato dell’arte del disegno. E si aggiunge tra l’altro che il primo numero non ha un tema, mentre quelli successivi esploreranno ulteriormente le possibilità della “pictorial narrative” ovvero della narrativa illustrata.

In questo numero un artista segue l’altro e a prima vista sembra impossibile capire di chi si tratti, a parte alcuni casi di facile riconoscibilità per motivi di appartenenza nazionale (Giacomo Nanni, Giacomo Monti, Ericailcane, Gianluigi Toccafondo, Francesco Cattani).

Kottie Paloma

Kottie Paloma

A osservare con più attenzione si scoprono pallini che si muovono bianchi o neri lungo il bordo della facciata e sostituiscono il numero di pagina. È il segnale per l’indice: aprendo le due bandelle si scoprono i nomi dei 29 artisti e là dove si colloca il pallino quello è il creatore del disegno. Se davvero ci va di scoprirlo, visto che il senso di tutta l’operazione (nata con una chiamata “alle matite” su internet a inizio 2011) sembra proprio quello di accostare disegno a disegno e lasciar trovare allo spettatore possibili fili conduttori, risonanze, arie comuni, come in un unico flusso immaginativo.

Se chiedete a me, io vado sempre alla ricerca di una narrazione e quindi ho sfogliato avanti e indietro questo primo numero alla ricerca di un tema fantasma, di qualche rimando e richiamo, anche se, come detto sopra, era programmaticamente assente.

Josephin Ritschel

Josephin Ritschel

In questa successione di frammenti, qualcosa va perso però. Se la motivazione per comprare una rivista può essere stata soddisfatta (ho certamente scovato qualche nome interessante, tipo: Josephin Ritschel, Charlie Duck, Andrzej Klimowski, Thomas Dowse), va però detto che soprattutto gli autori più minimali o astratti o fortemente espressionisti, che quindi non offrono nessun appiglio per leggere una storia, non riescono a catturare l’interesse, e cadono in un flusso di immagini da tubo catodico o ancor più da dashboard di tumblr.

In questo primo numero si scoprono nuovi segni e si cominciano a intravedere scorci di narrativa possibile. Certo rimane tutto in bozzolo, e mi viene da chiedermi se non sia poco, uno stratagemma facile per togliersi dall’impiccio di dover selezionare storie, indirizzare autori, scartare narrazioni non riuscite.
Di certo attendo con ottimismo il secondo numero, che pare vedrà la luce a settembre prossimo, secondo la stessa modalità di questo: artisti da ogni parte del mondo scovati attraverso la rete. Questo lo considero in realtà un numero zero, un catalogo interlocutorio di quel che verrà.
Qui la materia c’è ma ancora troppo informe per i miei gusti, ormai stanchi di flussi di immagini che non mi sembrano più latori di un senso di libertà ma rispettosi dell’imperante caos della comunicazione per immagini.

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Archiviato in:fumetto e illustrazione, Lo Spazio Bianco

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sono inquieta e pigra; un’ultra indipendente dal cuore tenero; sono timida e snob, sgarbata e sorridente, pensierosa e volatile, insicura e superba. sono tante cose insieme e spesso nessuna che conti davvero. ho un fascino a me nascosto che inspiegabilmente fa sì che la gente si ricordi di me. il più delle volte vorrei essere invisibile, ma ho un amore a tratti corrisposto per il palcoscenico, il più bel posto del mondo. ho il musetto da bimbetta ma le mie spalle sono larghe. tra tanti ho un desiderio e tra infinite un’idea fissa: permettermi il lusso di fare il lavoro che mi piace.

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