è un lavoro straordinario questo di Dave Eggers, che, a partire dal libro di Maurice Sendak di quarant’anni fa, espande il mondo delle creature selvagge e indaga la storia di Max, il protagonista bambino.
perché Max abbandona la sua casa vestito da lupo? cosa gli è successo, cosa lo affligge, di cosa ha paura? e chi sono le creature selvagge, perché Max ne diventa re e cosa lo fa di nuovo partire?
Eggers riesce a calarsi nella testa di un bambino di otto anni, come se anche lui avesse ancora la stessa età e ti fa rivivere le stesse paure, insoddisfazioni, ansie come se non le avessi mai dimenticate. ogni emozione è vivida. l’inquietudine, la paura, il desiderio, il vuoto, l’ansia di fare.
e poi il mondo dell’isola, eruzioni di fantasia impazzita, tanto sovrabbondante da permettersi lo sfondo, la citazione en passant, l’inserimento come particolare in un mondo conchiuso. prodigi di una mente sfrenata.
Le creature selvagge ha anche un altro pregio, oltre a far ridere, commuovere, avvolgere in un sogno da bambini. Chiede: cos’è che vogliamo? tutti: i grandi i piccoli i vecchi gli ottimisti i disillusi i materialisti i sognatori i cinici i vuoti i pieni i matti i saggi gli ambiziosi i dormienti, cosa vogliamo? cibo, casa, gioco, una pelliccia calda su cui dormire, qualcuno vicino e poi un sogno.
* e stasera sono pronta per il film di Spike Jonze
ho appena scoperto che questa è la copertina definitiva dell’antologia tratta da McSweeney’s che esce a giorni e in cui ho messo abbondantemente le mani. sono emozioni.
sappiatemi dire che ne pensate, della copertina (che vabbé secondo me è bellissima e per cui bisogna ringraziare solo Pink Flamingo) ma soprattutto della raccolta.
questo è il capolavoro che si aspettava. scrittura impeccabile, voce matura, stile rilevatore, come luminol. capacità assoluta di descrivere il rimastichio di quello che siamo stati e che – bolo di cronaca nera, varietà e trafficuncoli politici – ci costituisce geneticamente come popolo italiano.
tre ragazzini, nella Palermo del 1978, si autostituiscono nucleo eversivo, epigono delle Br. perdono nome, linguaggio e libertà per urlare al mondo il loro essere desiderio, infezione, crollo.
è un’esplosione d’amore e di viscere. ogni parola un masso di sapone. c’è tutto in questo Vasta, io ve lo dico e me lo rileggo domani, poi beato chi ci crede.
tantissime persone leggono il mio blog. o almeno a me sembrano tante, perché non ci sono abituata. sono invisibili, che non lasciano commenti e quindi forse disprezzano quanto scrivo. e che per di più probabilmente leggono solo i miei post dedicati all’editoria. sono lettori che arrivano da ricerche su google, ricerche su “come lavorare in editoria”.
ultimamente sono sempre più preoccupata per i lavoratori dell’editoria in Italia. e questo è forse un problema che non ha mai toccato i miei lettori. continuo a pensare che il mio sia uno dei mestieri più belli che si possano fare e di sicuro il migliore che potrei fare io, ma ci sono degli interrogativi, di ordine politico, che bisognerebbe farsi, lavorando in una casa editrice.
quando facevo il master, nessuno mi ha mai parlato della condizione precaria della maggior parte dei lavoratori editoriali. condizione che di certo riflette quella di ormai buona parte della gioventù italiana. ma perché nessuno racconta che a lavorare per una casa editrice (va un po’ meglio a chi lavora “in” una casa editrice, ma quante persone sono?) si guadagna meno che a lavorare in banca, meno che a fare l’impiegato, a volte meno che a fare le pulizie? qualcuno potrebbe pensare che sia un lavoro più nobile, più stimolante, più creativo. ma molto spesso anche questo non è vero e non si va oltre la mera esecutività. a bassissimo prezzo, e con ritmi frenetici e sfiancanti, che poco spazio lasciano alla riflessione, al progetto, ai presupposti della creazione di cultura, in senso proprio.
qualche tempo fa ne parlavo con un amico, ex compagno di master. lui diceva che la responsabilitià di non fare niente per migliore la situazione (per cercare di creare un tariffario decente, non arrivo mica a sognare una coscienza di gruppo) è anche di quelli che ora come ora lavorano in editoria, che non vogliono perdere il loro privilegio sudato passo a passo, umiliazione dopo umiliazione, e che si guardano bene dal facilitare la vita a chi verrà dopo di loro, perché questo potrebbe significare perdere il lavoro.
vi rendete conto a che punto siamo arrivati, vero? io non ci sto a diventare una che si limita a difendere il proprio magro privilegio, a costruire recinti attorno al suo giardino spelacchiato. ecco perché martedì prossimo sarò alla riunione di Rerepre.
in assoluto la cosa che accuso di più di questo tempo in prognosi riservata è la continua perdita di memoria. accumulo pensieri interrotti, abozzi di riflessioni, aborti di idee geniali. il mio più grande errore è quello di accantonarle in un angolo, appuntarle a bordo pagina, pensando di trovare uno spazio fertile quando ripescarle e ricamarle una a una. e invece rimangono a fare la ragnatele nello scantinato della mia testa, come i giornali e le riviste e i romanzi e i fumetti sulla odiata moquette di camera mia.
dopo un anno, finalmente è stata pubblicata la seconda parte dello Scontro quotidiano di Manu Larcenet. l’anno scorso ne ero rimasta estasiata e questo secondo volume conferma pienamente le aspettative. sono stupita di aver trovato quello che ritengo un capolavoro tra i fumetti francesi, non per altro ma ho sempre pensato di avere una sensibilità più anglosassone e non avevo mai trovato molto tra i francesi che mi stimolasse. questo fumetto, però, e lo ripeto, è un capolavoro. capace di narrare la storia di un comune essere umano, e sottolinearne senza eroismi e egotismi l’assoluta insignificanza nel quadro generale, e intanto aprire finestre sul racconto storico e politico della Francia contemporanea (le elezioni di Sarkozy, gli scioperi dei metalmeccanici, il ricordo della guerra in Algeria), in tanti aspetti allo sbando come il resto d’Europa (e tanto simile all’Italia). capace di raccontare cos’è l’imbroglio della militanza, anche qui senza farsi falsi scudi dell’ideologia o della moda o della superbia di essere contro. di aprire spiragli di poesia e informarci del suo raro potere salvifico. e intanto, ancora, meravigliarci dello stupore del quotidiano. è come se il protagonista prendesse a vivere infine, perdendo, come sempre accade, l’arroganza, la ribellione, il solipsismo da centro del mondo della giovinezza per entrare nell’età adulta e più profondamente interrogarsi su cosa vuol dire essere figlio, su cosa significa essere padre e compagno, su come combattere con la continua consapevolezza di essere nulla cercando di portare qualcosa di vero, utile e sincero al mondo, continuando a rispettare sé stessi. perdendo così tanto e raccogliendo qualche briciola di verità. un dolce amaro, ma che in fondo percepisci essere il vero sapore della realtà.
davvero poca cosa queste mie parole rispetto alla complessità di quest’opera, e, attenzione!, senza che ne perda in intelleggibilità o godibilità. davvero un gioello, dai disegni di una tenerezza strappacuore, morbidamente, rotondamente realistici.
da leggere, vi prego, subito!
Manu Larcenet – Lo scontro quotidiano (1 e 2) – Coconino
sono giorni pigri, ammalati, incasinati, terribili, angoscianti, pieni, stressati, caldi, febbricitanti, stanchi, lunghi, stupidi. gli ultimi giorni prima delle vacanze.
di questi tempi mi trovate molto di più qui: illuminatobene
essendo giorni di cui sopra, la comunicazione ha bisogno di essere veloce, la mente si concentra su poche cose fuggevoli per volta. e il tumblr è il modo giusto per registrarle e farle girare.
credo che ci si rivedrà a settembre, con un altro funambolico anno della vostra
per sempre Clumsy
[la mail che segue è vera, me l’ha mandata un editor della Grande Matrigna in risposta a una mia, molto meno divertente e quindi non pubblicata. ve la posto perché sappiate come si vive a fare questo lavoro: supereroi senza mantello, supervista, tele di ragno etc. i nomi sono stati cambiati e sostituiti con quelli delle vere identità di famosi supereroi. io sono Ben, quello in fondo.]
Oddio, pure tu come Selina! Anche lei sta sviluppando il panico da aereo, e ogni incidente che compare sui siti internet mi manda il link.
Cercherò di essere accademico: Nel mondo moderno, e in particolare nell’editoria, arriva nella carriera di tutti un momento in cui l’incertezza per il futuro, unita alla sensazione di non ottenere risultati dai propri sforzi, genera forme d’ansia, che sfociano in sintomi tra i più disparati. Tra questi: attacchi di panico, fobie (tra le più diffuse proprio quella degli incidenti, e buona seconda quella per disordine e sporco), spossatezza cronica, insonnia, paranoia. È bene non trascurare queste prime sintomatologie, che possono rivelarsi i prodromi di psicopatologie più profonde e difficilmente eradicabili. Alcuni rimedi empirici sono: terapia sintomatica attraverso farmaci omeopatici o prodotti erboristici, esercizi di rilassamento e yoga, e soprattutto, provare a deludere le aspettative che ci vengono imposte, scoprendo che la maggior parte delle volte non succede proprio nulla. Anche le vacanze aiutano. Se i primi accorgimenti si rivelano insufficienti, la consultazione di uno psicologo non deve essere percepita come una sconfitta. Dico questo in via puramente teorica, io non ne so nulla, e soprattutto non mi è mai capitato di contare tutte le cose (quanti secondi ci vogliono perché si alzi la sbarra del parcheggio, quante pentole si usano per un pranzo, quante persone si hanno davanti in coda…) Mai.
Noi siamo in città, ma stasera abbiamo, appunto, una cena con Reed, depresso da una nuova patologia: infiammazione alla spalla che gli impedisce parecchi movimenti. Saremo però qui tutto il week end, sentiamoci!
la traduzione è per altro buona, rispetto ad altre che mi è capitato di vedere, ma un medico “in cerca del polso nell’inguine del paziente” è da matita rossa!







