Editoria Precaria

2009 Novembre 19
di clumsy

[riciclo un mio articolo, apparso qualche giorno fa su Precarie Menti, aggiungo una richiesta: parliamone per favore, del precariato in generale. è una pandemia, ma se la si nasconde non la si cura nemmeno]

Qualche anno fa lasciavo Bologna per trasferirmi a Milano e inseguire il mio sogno di diventare un editor. Pensavo, superba, di avere in mano il mondo: ero io il giovane virgulto che l’editoria stava aspettando, avevo studiato e avevo studiato bene, ero giovane, versatile, curiosa, desiderosa di imparare, piena di passione. Non immaginavo di trovarmi davanti a un mercato del lavoro ormai intasato da tanti idealisti come me, illusi dalla continua nascita di nuovi master negli ultimi dieci anni.
Oggi la mia convinzione di dominare il mondo e di poter essere ascoltata per le idee che ho, giuste o sbagliate che siano, è ridotta al lumicino. È rimasta la sensazione di dover approfittare di tutte o quasi le occasioni che mi vengono offerte e la delusione nello scoprire che molto spesso le cose mi accadono non per riconoscimento dei miei meriti ma solo perché mi trovo al posto giusto nel momento giusto, quando nessun altro sa come tirare via la patata bollente dal fuoco o, molto più semplicemente, non ne ha tempo o voglia.
Torno indietro alle presentazioni, ecco parte del mio curriculum: sono diplomata al liceo classico, laureata in filosofia, “masterizzata” in quello che tuttora viene lodato come il migliore master in editoria d’Italia. Dovrei essere considerata altamente qualificata per svolgere il mestiere che faccio (redattrice, editor, traduttrice, lettrice, curatrice) ma ora come ora il mio impegno viene ripagato con un contratto a progetto presso una casa editrice e un numero imprecisato di collaborazioni occasionali con altre aziende per cercare di incrementare le entrate.
Ma cosa fanno quelli che lavorano in casa editrice? Mediamente le persone non lo sanno. Sul tema c’è una battuta ormai classica che circola da sempre negli ambienti legati all’editoria (tramandata da Umberto Eco e probabilmente pronunciata da Valentino Bompiani, che a sua volta chissà da chi l’aveva copiata):

Una signora chiede che cosa faccia un editore: scrive libri? No, risponde l’editore, quelli li scrivono gli autori. Allora li stampa? No, quello lo fa il tipografo. Li vende? No, lo fa il libraio. Li distribuisce alle librerie? No, quello lo fa il distributore. E allora che cosa fa? Risposta: tutto il resto.

Quel “tutto il resto” è banalmente la scelta del testo da pubblicare (italiano o straniero), i contatti con gli autori o con gli editori stranieri, l’editing sul testo (ovvero la sua correzione più o meno approfondita), il controllo delle traduzioni, l’ideazione della grafica di copertina, la gestione dei diritti, il marketing, la comunicazione alla rete di vendita (ovvero i rappresentanti che dovranno convincere i librai a comprare il libro), la gestione dell’ufficio stampa, la responsabilità dell’ufficio tecnico (che si interfaccia con gli stampatori, e decide modalità di stampa, tipologia di carta, etc.).
La distribuzione di questi incarichi varia da casa editrice a casa editrice e a volte più di una di queste mansioni vengono svolte da una persona sola. Meno ovvio è che spesso questi incarichi siano ricoperti da professionisti inquadrati con finti contratti a progetto: in teoria, collaboratori, in pratica responsabili, ad esempio, di stipulare contratti tra l’azienda e gli autori, o di comunicare i nuovi libri della casa editrice alla stampa.
Ma come vivono questa situazione questi professionisti preparati e appassionati (ancor di più dato che questo è un mestiere che non si fa per caso, ma, come si dice, un “mestiere vocazionale”)?
Anno dopo anno i dipendenti scompaiono: chi va in pensione viene sostituito da lavoratori a progetto che in realtà lavorano più ore dei loro predecessori, senza poter contare su straordinari, ferie e malattia pagati; senza parlare di tredicesima, quattordicesima o bonus di produzione.
Nella casa editrice in cui lavoro attualmente, la redazione è composta per più della metà da firmatari di contratti a progetto, che per la maggior parte svolgono un lavoro che è in tutto assimilabile a quello dei loro colleghi dipendenti (necessità di presenza più o meno fissa in ufficio, totale assenza di autonomia nello svolgere il proprio lavoro, rinnovo automatico del contratto, e per la stessa mansione, che per altro è quasi sempre difficilmente riconducibile a un progetto circoscrivibile e limitato nel tempo).
Le conseguenze della precarizzazione del lavoro incominciano a essere chiare, se non universalmente almeno a chi come me ha trent’anni e fa parte forse della prima generazione che ha diffusamente e organicamente risentito di questo cambiamento nella gestione del lavoro.
Io sono fortunata ad avere un compagno, perché altrimenti dovrei probabilmente dividere la stanza con qualcun altro; ma con i nostri 2000 euri lordi al mese siamo comunque costretti a condividere casa con uno sconosciuto. Se volessimo aprire un mutuo ci troveremmo probabilmente in difficoltà. Per ora figli non ne vogliamo, ma anche in quel caso si aprirebbero scenari sconfortanti. Per non parlare del fatto che ogni anno si arriva a dicembre con il fiato rotto: l’anno prossimo lavorerò o no?
Ma al di là di queste conseguenze generiche che colpiscono tutti i precari, ce ne sono altre che riguardano precipuamente il lavoro precario in ambito editoriale, e che finiscono per influire su uno degli oggetti culturali per antonomasia: il libro.
[Conoscendole meglio, ora mi limiterò a parlare delle conseguenze della precarizzazione del lavoro in ambito prettamente editoriale, ovvero delle sue ricadute sul lavoro dell’editor (colui che ha come compito principale quello di leggere libri italiani e/o stranieri e comprendere se possano interessare ai lettori e rientrare nella programmazione della casa editrice per cui lavora) e sul lavoro del redattore (colui che corregge la forma del testo sia a livello macro, ovvero di struttura, sia a livello micro: sintassi, grammatica, ortografia).]
Ormai i lavori vengono svolti a cottimo (correggi tot pagine e ricevi tot soldi); spesso al di fuori delle case editrici e quindi lavorando in automatico e perdendo completamente il senso dell’obiettivo della casa editrice. Mediamente un redattore o lettore esterno non ha alcun potere contrattuale; l’unica scelta è quella di accettare o meno le condizioni economiche, le tempistiche e le modalità della casa editrice. Il ricatto è sempre quello: se non lo vuoi fare a queste condizioni, troverò di certo qualcuno che lo fa al posto tuo. I lavoratori a progetto dovrebbero essere professionisti autonomi e in quanto tali stipulano i contratti individualmente e non possono fare valere collettivamente le loro istanze, o perlomeno non ci sono ancora organizzazioni che glielo permettano davvero. Per arrivare a una retribuzione mensile sufficiente, i redattori devono accettare quante più commesse possibili e giostrarsi tra mille lavori contemporaneamente pur di non rimanere senza soldi. Si dice che se rifiuti un lavoro una volta, da quell’azienda non riceverai più commesse. Spesso poi sono gli stessi redattori precari “interni” alla casa editrice a mandare le commesse all’esterno: redattori che come dicevamo lavorano mediamente più dei dipendenti, e sono costretti a coprire tutti i buchi nell’organizzazione dell’azienda. Questi redattori spesso non si rendono conto di comprimere i tempi di lavorazione dei redattori “esterni”. È la guerra tra i poveri, anche in ambito editoriale. Alla fine quest’ansia di prendere tutto anche se non si ha davvero tempo per svolgere il lavoro con calma, pur di guadagnare abbastanza, porta a un’ovvia depauperazione della qualità dei libri.
Da un punto di vista psicologico, poi, c’è la sensazione di essere lasciati soli e di non essere ascoltati per le proprie proposte e idee. I nuovi redattori che, come me qualche tempo fa, si affacciano alle case editrici vengono immediatamente abbandonati a loro stessi. Si restringono sempre più i momenti di formazione interna. Spesso anzi si instaura un clima di diffidenza tra colleghi, preoccupati di rimanere attaccati al loro lavoro. Mors tua, vita mea: occhi bassi sulla bozza, e macinare parole.
Il concetto di dipendenza viene modulata alla bisogna dai “capi”. Teoricamente sei autonomo, però mi servi internamente per svolgere un lavoro analogo a quello di un dipendente senza dovermi sobbarcare il suo costo del lavoro. D’altro canto, essendo tu meno di niente perché collaboratore e quindi autonomo, non puoi avere idee o influire sulle scelte aziendali, e se la tua fosse proprio una buona idea, il merito non potrà che prenderlo qualcun altro, magari quell’unico dipendente che può “rappresentare” l’azienda.
Faccio un esempio banale: se io, lavoratrice a progetto, scovo un autore ancora non pubblicato e lo propongo alla casa editrice, questo mio lavoro (che implica una formazione precisa, capacità di ricerca, conoscenza approfondita del mercato straniero e/o italiano, acume, curiosità, lungimiranza, preveggenza etc. etc.) non verrà riconosciuto in alcun modo. Se davvero piace, il libro sarà acquisito, messo in lavorazione e pubblicato, ma il merito andrà tutto al direttore editoriale che potrà al limite essermi riconoscente. Se anno dopo anno io mi vedo soltanto rinnovare il contratto a progetto e quindi questa riconoscenza non si tramuta in nulla di concreto, secondo voi quante altre volte avrò voglia di usare il mio tempo (anche extra lavorativo, dato che questo mestiere è difficilmente circoscrivibile alle ore d’ufficio) a cercare nuovi autori? Pensate a quanto questo spreco di persone preparate e formate e curiose e piene di passione potrà influire a lungo andare sulla vivacità culturale di questo paese.
Ma questa situazione generalizzata è riconosciuta dagli editori? Nell’ultimo rapporto sullo stato dell’editoria, pubblicato dall’AIE (l’Associazione di categoria degli editori italiani), si trova solo un criptico passaggio relativo alla condizione del lavoro nelle case editrici. Dopo i dati sulla grandezza del mercato italiano, sulla percentuale di lettori (purtroppo ridotta) e sulla crescita del fatturato dell’industria editoriale, si accenna di passaggio che “i segnali di crisi emersi nel 2008 preannunciano ombre sul tessuto occupazionale (specie su collaboratori esterni e su grafici, illustratori)”. Tutto qua.
E ora facciamo un giochino, vi sfido!, andate sul sito dell’AIE (http://www.aie.it/) e provate a trovare notizie, articoli, analisi, statistiche, chessò: accenni, sul precariato in editoria. Io non ci sono riuscita. In generale, sulla stampa nazionale, la condizione del precariato intellettuale all’interno delle case editrici librarie è taciuto.
Penso che anche la non consapevolezza dei lavoratori faccia parte integrante del problema. C’è una tale aspirazione a fare questo lavoro, che troppo spesso vengono accettate condizioni, trattamenti e pagamenti che non sono per nulla in linea con la propria formazione o esperienza professionale. E le aziende hanno tutto l’interesse a mantenere i lavoratori divisi, senza una reale comunicazione tra di loro, in modo che non sappiano cosa succede a chi fa il loro stesso lavoro. Va a finire che chi ha più potere contrattuale spunta condizioni migliori, la massa degli altri rimane a terra.
Credo poi che ci sia una vera e propria connivenza dei master, corsi universitari, corsi tenuti dalle piccole case editrici, che continuano a nascere in Italia. Perché non viene fatto cenno alla condizione precaria nell’editoria? Perché non si aiutano gli studenti oltre che a formare la propria professionalità, anche a valutarla e a farla riconoscere economicamente?
Per quanto mi riguarda, mentre mi faccio queste domande, continuo ad andare avanti, ancora innamorata del mestiere che faccio, anche se sempre più arrabbiata per le condizioni in cui sono costretta a farlo; senza riuscire, e non per colpa mia, ad affezionarmi ad alcun progetto di lunga durata.
Continuo a pensare che una nazione che non immagina il futuro sia una nazione morta.

telefonata alla mamma

2009 Novembre 17
di clumsy

ieri ho avuto una telefonata tutto sommato surreale con mia madre.

dopo i normali “hai mangiato? ti vesti abbastanza?” di rito, out of the blue mia madre è passata a:

- ma il contratto te l’hanno rinnovato? e per quanto?

- ma la tredicesima ce l’hai? e il premio di produzione? e le ferie pagate?

non so, probabilmente aveva letto un articolo sul precariato qualche secondo prima, ma quello che mi fa specie è che lei legge il giornale tutti i giorni e vede il telegionarle tutte le sere, nonché sentire con una qualche frequenza radiorai. insomma è apparentemente una persona informata.

quello che voglio dire è che, come precaria, vivo in un mondo schizofrenico: la mia vita è basata su coordinate che un’altra parte di mondo là fuori ignora. come se vivessimo su due mondi tangenti.

alla fine si cresce

2009 Novembre 4
di clumsy

9788804594147è un lavoro straordinario questo di Dave Eggers, che, a partire dal libro di Maurice Sendak di quarant’anni fa, espande il mondo delle creature selvagge e indaga la storia di Max, il protagonista bambino.
perché Max abbandona la sua casa vestito da lupo? cosa gli è successo, cosa lo affligge, di cosa ha paura? e chi sono le creature selvagge, perché Max ne diventa re e cosa lo fa di nuovo partire?
Eggers riesce a calarsi nella testa di un bambino di otto anni, come se anche lui avesse ancora la stessa età e ti fa rivivere le stesse paure, insoddisfazioni, ansie come se non le avessi mai dimenticate. ogni emozione è vivida. l’inquietudine, la paura, il desiderio, il vuoto, l’ansia di fare.

e poi il mondo dell’isola, eruzioni di fantasia impazzita, tanto sovrabbondante da permettersi lo sfondo, la citazione en passant, l’inserimento come particolare in un mondo conchiuso. prodigi di una mente sfrenata.

Le creature selvagge ha anche un altro pregio, oltre a far ridere, commuovere, avvolgere in un sogno da bambini. Chiede: cos’è che vogliamo? tutti: i grandi i piccoli i vecchi gli ottimisti i disillusi i materialisti i sognatori i cinici i vuoti i pieni i matti i saggi gli ambiziosi i dormienti, cosa vogliamo? cibo, casa, gioco, una pelliccia calda su cui dormire, qualcuno vicino e poi un sogno.

* e stasera sono pronta per il film di Spike Jonze


McSweeney’s – Bambini e altre malattie

2009 Ottobre 31
di clumsy

ho appena scoperto che questa è la copertina definitiva dell’antologia tratta da McSweeney’s che esce a giorni e in cui ho messo abbondantemente le mani. sono emozioni.

sappiatemi dire che ne pensate, della copertina (che vabbé secondo me è bellissima e per cui bisogna ringraziare solo Pink Flamingo) ma soprattutto della raccolta.

Giorgio Vasta – Il tempo materiale

2009 Ottobre 26
di clumsy

iltempomaterialecopertinaquesto è il capolavoro che si aspettava. scrittura impeccabile, voce matura, stile rilevatore, come luminol. capacità assoluta di descrivere il rimastichio di quello che siamo stati e che – bolo di cronaca nera, varietà e trafficuncoli politici – ci costituisce geneticamente come popolo italiano.
tre ragazzini, nella Palermo del 1978, si autostituiscono nucleo eversivo, epigono delle Br. perdono nome, linguaggio e libertà per urlare al mondo il loro essere desiderio, infezione, crollo.
è un’esplosione d’amore e di viscere. ogni parola un masso di sapone. c’è tutto in questo Vasta, io ve lo dico e me lo rileggo domani, poi beato chi ci crede.

precari interrogativi

2009 Ottobre 10
di clumsy

tantissime persone leggono il mio blog. o almeno a me sembrano tante, perché non ci sono abituata. sono invisibili, che non lasciano commenti e quindi forse disprezzano quanto scrivo. e che per di più probabilmente leggono solo i miei post dedicati all’editoria. sono lettori che arrivano da ricerche su google, ricerche su “come lavorare in editoria”.

ultimamente sono sempre più preoccupata per i lavoratori dell’editoria in Italia. e questo è  forse un problema che non ha mai toccato i miei lettori. continuo a pensare che il mio sia uno dei mestieri più belli che si possano fare e di sicuro il migliore che potrei fare io, ma ci sono degli interrogativi, di ordine politico, che bisognerebbe farsi, lavorando in una casa editrice.

quando facevo il master, nessuno mi ha mai parlato della condizione precaria della maggior parte dei lavoratori editoriali. condizione che di certo riflette quella di ormai buona parte della gioventù italiana. ma perché nessuno racconta che a lavorare per una casa editrice (va un po’ meglio a chi lavora “in” una casa editrice, ma quante persone sono?) si guadagna meno che a lavorare in banca, meno che a fare l’impiegato, a volte meno che a fare le pulizie? qualcuno potrebbe pensare che sia un lavoro più nobile, più stimolante, più creativo. ma molto spesso anche questo non è vero e non si va oltre la mera esecutività. a bassissimo prezzo, e con ritmi frenetici e sfiancanti, che poco spazio lasciano alla riflessione, al progetto, ai presupposti della creazione di cultura, in senso proprio.

roksana micał 2009 - Last night train serie
roksana micał 2009 – Last night train serie

qualche tempo fa ne parlavo con un amico, ex compagno di master. lui diceva che la responsabilitià di non fare niente per migliore la situazione (per cercare di creare un tariffario decente, non arrivo mica a sognare una coscienza di gruppo) è anche di quelli che ora come ora lavorano in editoria, che non vogliono perdere il loro privilegio sudato passo a passo, umiliazione dopo umiliazione, e che si guardano bene dal facilitare la vita a chi verrà dopo di loro, perché questo potrebbe significare perdere il lavoro.

vi rendete conto a che punto siamo arrivati, vero? io non ci sto a diventare una che si limita a difendere il proprio magro privilegio, a costruire recinti attorno al suo giardino spelacchiato. ecco perché martedì prossimo sarò alla riunione di Rerepre.

pensieri interrotti

2009 Settembre 12
di clumsy
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Bob Landry, 1946

in assoluto la cosa che accuso di più di questo tempo in prognosi riservata è la continua perdita di memoria. accumulo pensieri interrotti, abozzi di riflessioni, aborti di idee geniali. il mio più grande errore è quello di accantonarle in un angolo, appuntarle a bordo pagina, pensando di trovare uno spazio fertile quando ripescarle e ricamarle una a una. e invece rimangono a fare la ragnatele nello scantinato della mia testa, come i giornali e le riviste e i romanzi e i fumetti sulla odiata moquette di camera mia.

cosa fare (davvero) per lavorare in una casa editrice **tragic edition**

2009 Settembre 3
di clumsy

imparare fin da bambini a ingoiare merda

manzoni

un capolavoro per la vostra estate!

2009 Agosto 10
di clumsy

sontrodopo un anno, finalmente è stata pubblicata la seconda parte dello Scontro quotidiano di Manu Larcenet. l’anno scorso ne ero rimasta estasiata e questo secondo volume conferma pienamente le aspettative. sono stupita di aver trovato quello che ritengo un capolavoro tra i fumetti francesi, non per altro ma ho sempre pensato di avere una sensibilità più anglosassone e non avevo mai trovato molto tra i francesi che mi stimolasse. questo fumetto, però, e lo ripeto, è un capolavoro. capace di narrare la storia di un comune essere umano, e sottolinearne senza eroismi e egotismi l’assoluta insignificanza nel quadro generale, e intanto aprire finestre sul racconto storico e politico della Francia contemporanea (le elezioni di Sarkozy, gli scioperi dei metalmeccanici, il ricordo della guerra in Algeria), in tanti aspetti allo sbando come il resto d’Europa (e tanto simile all’Italia). capace di raccontare cos’è l’imbroglio della militanza, anche qui senza farsi falsi scudi dell’ideologia o della moda o della superbia di essere contro. di aprire spiragli di poesia e informarci del suo raro potere salvifico. e intanto, ancora, meravigliarci dello stupore del quotidiano. è come se il protagonista prendesse a vivere infine, perdendo, come sempre accade, l’arroganza, la ribellione, il solipsismo da centro del mondo della giovinezza per entrare nell’età adulta e più profondamente interrogarsi su cosa vuol dire essere figlio, su cosa significa essere padre e compagno, su come combattere con la continua consapevolezza di essere nulla cercando di portare qualcosa di vero, utile e sincero al mondo, continuando a rispettare sé stessi. perdendo così tanto e raccogliendo qualche briciola di verità. un dolce amaro, ma che in fondo percepisci essere il vero sapore della realtà.

 davvero poca cosa queste mie parole rispetto alla complessità di quest’opera, e, attenzione!, senza che ne perda in intelleggibilità o godibilità. davvero un gioello, dai disegni di una tenerezza strappacuore, morbidamente, rotondamente realistici.

da leggere, vi prego, subito!

Manu Larcenet – Lo scontro quotidiano (1 e 2) – Coconino

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agosto – ultima settimana di lavoro

2009 Agosto 4
di clumsy

sono giorni pigri, ammalati, incasinati, terribili, angoscianti, pieni, stressati, caldi, febbricitanti, stanchi, lunghi, stupidi. gli ultimi giorni prima delle vacanze.

di questi tempi mi trovate molto di più qui: illuminatobene

essendo giorni di cui sopra, la comunicazione ha bisogno di essere veloce, la mente si concentra su poche cose fuggevoli per volta. e il tumblr è il modo giusto per registrarle e farle girare.

credo che ci si rivedrà a settembre, con un altro funambolico anno della vostra

per sempre Clumsy

robert