certo che siete incredibili. passate a frotte e non commentate. forse avevate capito dagli indizi dei due impavidi? charles e B.H., dite?
1. Charles Burns – Black Hole 1995-2005 (Coconino 2003-2005)
aprite Black Hole, leggete due pagine e avrete una rappresentazione precisa di cosa voglia dire “sesso”. facile a dirsi il plot: durante un’estate degli anni Settanta, un gruppo di adolescenti americani contrae una terribile malattia a trasmissione sessuale che causa loro tremende mutazioni genetiche. bocche (i black holes del titolo, facilmente riconducibili ad altro) che si aprono come ferite su schiene e colli, code, bubboni deturpanti, antenne… i ragazzi diventano poco a poco degli emarginati e si ritrovano a vivere come barboni nei boschi attorno alla città. i più mostruosi e abbandonati aiutati da chi ancora non ha segni visibili della malattia ed evitati e insultati dagli ex amici sani.
la paura del sesso, il fascino del sesso, il suo profondo significato, i suoi pericoli. avvolti in spire vischiose di bianco e nero, ci si immerge nel racconto di un’epidemia che colpisce i ragazzi e li fa mutare. personaggi da film horror cassico e un racconto trascinante e inquietante sull’affrontare i cambiamenti del proprio corpo, il confronto con l’altro, le difficoltà di una relazione, la paura di non essere voluto, lo scherno del gruppo di amici, la fatica di prendere una direzione fedele a se stessi. insomma, una storia sull’inquietante periodo dell’adolescenza, epoca della vita che è un mistero per chi la vive e ripiomba nell’oblio per chi ne esce, ma che può continuare a essere metafora di un’inquietudine perpetua, della ricerca continua, dell’incessante domandare e dell’insofferenza all’abituale modo di vivere il mondo.
a cavallo tra l’horror e la critica sociale, un fumetto che è l’assoluto capolavoro degli anni 0.
e poi ho sempre voluto avere la coda.
ecco la top five!
5. Daniel Clowes – David Boring – USA 2000 (Coconino 2001)
desolazione alla Solondz. David è ossessionato dalla ragazza perfetta (e con il sedere perfetto) e si trascina tra una storia e l’altra, soffrendo tantissimo quando il suo oggetto del desiderio del momento si rende conto per prima che non c’è futuro. il grottesco nella banalità di una vita, incrociato con la ricerca d’identità del protagonista. poco a poco la storia vira al noir, ci si butta in Hitchcock, e poi ancora in Cronenberg, fino a Lynch e ritorno. densissima costruzione di rimandi visivi per una storia complessa, che lascia addosso una sensazione disturbante.
4. Jeffrey Brown – Clumsy – USA 2002 (inedito in Italia)
la più onesta, strappalacrime rappresentazione di una delle più oneste e strappalacrime storie d’amore. attraverso tavole (quasi sempre) singole, brevissimi spot, come l’accensione di un flash in una stanza altrimenti buia, il racconto autobiografico di Jeffrey e Theresa, la nascita dell’amore, la relazione a distanza e la fatica di capirsi e non fraintendersi al telefono, e poi la fine, il dolore, il pianto e il rimpianto. una dolcezza e sincerità infinite, profondamente vero.
3. Manu Larcenet – Lo scontro quotidiano – Francia 2003-2006 (Coconino 2007-2009)
che fare quando la paura del futuro incatena a tal punto da congelare il corpo? il respiro si rompe, il sudore ti ricopre gelido, sei tutto un tremito. e quanto ti senti stupido? mentre fuori tutto procede, il mondo si spacca in mille pezzi, tu rimani a contorcerti per nessun motivo in particolare. il continuo terrore del quotidiano. la solita fatica di mettere insieme i pezzi della propria storia e sentircisi comodi quando ci si siede dentro. a lieto fine non conciliante. profondo, catartico ed estremamente poetico.
2. Adrian Tomine – Summer blonde – USA 2002 (Coconino 2003)
ragazze carine, feste, alcool, strade pulite e case ordinate. disegni limpidi. metti in fila una dopo l’altra le vignette e inaspettatamente ti si srotolano tra le mani racconti di solitudine. ogni personaggio un vuoto, la sensazione di un’intercapedine infinita tra la pelle e il cuore. le cose accadono e risuonano dentro, dando la persistente sensazione dell’assenza di speranza. perfezione al negativo, Tomine. rara capacità di costruzione psicologica dei personaggi. ancora a dire che questa non è letteratura?
1.
scherzetto!
dai, ditemi voi. chi manca? chi soltanto potrebbe restare indiscusso al numero 1?
Con clamoroso ritardo mi sono divertita anche io a stilare una personalissima classifica dei 10 libri a fumetti della scorsa decade che vale la pena procurarsi ora, se colpevolmente ancora non fossero stati letti. Puro divertissement, un modo per darvi qualche consiglio, ma anche per tenere traccia di ciò che ho letto, amato, e del perché (penso) continui a frullarmi in testa. due righe, qualche immagine e un link, ma ho cercato di fare le cose per bene, prendendo in considerazione solo le opere che sono state pubblicate, nel loro paese d’origine, tra il 2000 e il 2009.
Ecco qua la prima parte, dal decimo al sesto posto! (*cliccate sulle immagini per vederle più in grande)
10. Alessio Spataro – Zona del silenzio – Italia 2009 (minimum fax)
un fumetto che con perifrasi antipatica si potrebbe definire “coraggioso”. tentativo di raccontare per immagini e in forma narrativa quanto accadde la notte del 24 settembre 2005 a Francesco Aldrovandi. personaggi zoomorfi, tratto morbido e intanto ci si addentra nell’inchiesta sull’uccisione del giovane ferrarese per mano della polizia. tutto senza diventare graphic journalism ma facendosi racconto di formazione e introspezione psicologica. profondamente necessario.
9. Alison Bechdel – Fun Home – USA 2006 (Rizzoli 24/7 2007)
come raccontare di famiglia, crescita, omosessualità, solitudine e letteratura con insostenibile leggerezza. il rapporto di una figlia col padre, il difficile cammino alla sua morte per arrivare a comprenderlo e per purificare l’amore che si prova per lui del superfluo. e ancora: la letteratura e la sua capacità di interpretare il mondo. temi complessi, raccontati in modo terso e ironico.
8. Bastien Vivès – Il gusto del cloro – Francia 2008 (Black Velvet 2009)
un fumetto che sembra Gauguin. e comincio a pensare che la luce francese sia davvero diversa da quella italiana, bruci la retina e renda la linea confine sottile. o forse è il cloro. qui è l’acqua a essere protagonista. e con lei le forme dei corpi che ci scivolano dentro, che diventano meduse, ectoplasmi, abitanti degli abissi. un ritmo ipnotico che ricrea perfettamente l’atmosfera di una piscina, insieme asettica e ventrale. come l’amore che ci nasce.
7. Andrea Bruno – Brodo di niente – Italia 2007 (Canicola)
l’estrema capacità di fissare lo sguardo su quello che nessuno sta guardando, nell’angolo, in disparte, forse anche solo nella piega di un discorso, di un corpo, di un sogno. la solitudine e l’abbandono degli oggetti, degli animali, degli edifici e delle persone, che diventa atmosfera pervasiva e poi metafora e quindi racconto. disegni infiniti e inquietanti. colti. che raccontano di un mondo vicino perennemente in guerra. mirate, la nostra battaglia continua.
6. Chris Ware – Jimmy Corrigan – USA 2000 (Strade Blu Mondadori 2009)
eccoci nell’ossessione. e quindi, secondo i miei parametri, nel pozzo dell’arte. si va giù scavando il solco di ogni linea, niente è lasciato all’improvvisazione, al caso. si riemerge con un mondo di caselle colorate, dentro pupazzetti che sembrano fare cosucce carine. in realtà, tra le mani, la storia di un personaggio borderline, abusato, dimenticato, solo. come ci si può sentire in una vignetta 2×2cm.
succede che uno se ne accorge dopo un po’ e ancora non se ne accorge.
negli ultimi giorni, mentre le pance delle amiche si gonfiavano di vita o cibo, il mio centro andava in letargo. le rotaie ghiacciavano, i laghi esondavano, le colture soffrivano, e il mio ventre si addormentava: niente più fame, nessun brontolio, totale assenza di sangue rivelatore. vuoto. mi sentivo come la protagonista di un racconto di Amanda Davis una hollow figurine, una statuetta cava. e intanto.
si diceva un tempo che in certi giorni le donne avessero il potere di ammazzare le piante. il verde diventava nero, il fusto si afflosciava, i petali cadevano, i fiori scappavano in punta di radici. io e il mio centro ghiacciato distruggiamo tutto il resto. circondata di tecnologia, la terra mi è lontana: le piante non sono mai riuscita a curarle, ma in questi giorni mi si sono rotti attorno cavi di alimentazione, luci condominiali, termocoppie e assi del cesso. per la prima volta è anche scappato il gatto.
in questo momento provo una certa empatia per il tecnico che sta cercando di aggiustare la caldaia nella stanza accanto. inconsapevole senza speranze. probabilmente dovrei uscire, andare a creare un ingorgo su Viale Monza, fulminare qualche lampadina in un grande magazzino, impallare la cassa del supermercato. appena messo piede fuori casa, si accenderebbe la fiammella blu. potrei chiedergli di riempirmi la vasca di acqua calda prima di andarsene. poi ritornerei a fare il bagno, fiore ghiacciato.
ricoperta di glassa, voglio soltanto bruciarmi la pelle con l’acqua bollente – finché il riscaldamento ha retto, nelle case che hanno punteggiato questi giorni a cavallo del nuovo anno – come per crepare il margine, la pelle del wurstel. sotto il getto, il nucleo rimane freddo, ma poco a poco un po’ di calore gocciola dall’esterno. mi sento attraversare.
sono tornata nella grande città, dopo giorni di vagabondaggio, soprattutto emotivo. non so più se voglio restare. sono in prova. a tratti, il mio nucleo ghiacciato è stato raggiunto da ricordi di emozioni: gioia, invidia, nostalgia, rabbia, amore, fastidio, noia, frustrazione, inquietudine, paura. tutti fantasmi che attraversano la Pianura Padana, immersa nella neve e nella nebbia.
carissimi amici miei,
avrei voluto scrivervi molto di più, ma l’ultimo mese dell’anno pre-chiusura natalizia è sempre pieno di cose da fare (tanti libri da mandare via con il doppio della fretta) per cui, ancora una volta, ho ingannato le mie stesse aspettative.
treni permettendo, oggi parto per tornare alla mia casetta dall’altra parte del deserto nebbioso. ma, lontana da una connessione internet, avrò tempo per mantenere le promesse che sto per farvi.
vorrei scrivere su: libri ed e-book, i pari o paria in editoria, un altro esempio di “gente di un certo livello” dell’editoria (MissKindle), fumetti e riviste di fumetti, e riviste letterarie online. almeno qualcosa di tutto questo riuscirò a tirarlo fuori, oltre a una sorpresona (uuuuh!).
ora splende il sole, quindi spero che le formazioni di ghiaccio alieno sui binari si stiano sciogliendo.
Fate tanta nanna,
À bientôt
io tornassi indietro e non avessi voluto fare il lavoro che faccio, così tanto legato alla mia lingua e così poco spendibile altrove, andrei via. e non ne faccio unicamente una questione di opportunità economica, che la crisi prima o poi passerà, ma culturale.
quindi andate via e in fretta, che là fuori non aspettano certo voi.
posso fare una personale classifica? Irlanda, lei sì che spinge come una bestia, Nord Europa e Germania, come sempre. oppure più in là, il mondo è grande e cresce, in tutti i sensi, più di quanto facciamo noi, museo in rovina.
l’alternativa è stare qui e fare qualcosa. ma io incomincio ad avere poche speranze.
basta accendere la televisione cinque secondi: Dell’Utri a In mezz’ora, che tanto dice quello che vuole lui (cioè niente), amichetto di Berlusca e indagato per questioni mafiose. deducetene quel che volete, a me fa schifo comunque. il Grande Fratello dove le donne vengono viste (e si propongono) come pezzi di carne da sbattere contro i muri o, al contrario, da difendere come bamboline di porcellana.
la maggior parte degli italiani si cibano solo di questo, unico mezzo di informazione, intrattenimento, cultura (?).
bah
[riciclo un mio articolo, apparso qualche giorno fa su Precarie Menti, aggiungo una richiesta: parliamone per favore, del precariato in generale. è una pandemia, ma se la si nasconde non la si cura nemmeno]
Qualche anno fa lasciavo Bologna per trasferirmi a Milano e inseguire il mio sogno di diventare un editor. Pensavo, superba, di avere in mano il mondo: ero io il giovane virgulto che l’editoria stava aspettando, avevo studiato e avevo studiato bene, ero giovane, versatile, curiosa, desiderosa di imparare, piena di passione. Non immaginavo di trovarmi davanti a un mercato del lavoro ormai intasato da tanti idealisti come me, illusi dalla continua nascita di nuovi master negli ultimi dieci anni.
Oggi la mia convinzione di dominare il mondo e di poter essere ascoltata per le idee che ho, giuste o sbagliate che siano, è ridotta al lumicino. È rimasta la sensazione di dover approfittare di tutte o quasi le occasioni che mi vengono offerte e la delusione nello scoprire che molto spesso le cose mi accadono non per riconoscimento dei miei meriti ma solo perché mi trovo al posto giusto nel momento giusto, quando nessun altro sa come tirare via la patata bollente dal fuoco o, molto più semplicemente, non ne ha tempo o voglia.
Torno indietro alle presentazioni, ecco parte del mio curriculum: sono diplomata al liceo classico, laureata in filosofia, “masterizzata” in quello che tuttora viene lodato come il migliore master in editoria d’Italia. Dovrei essere considerata altamente qualificata per svolgere il mestiere che faccio (redattrice, editor, traduttrice, lettrice, curatrice) ma ora come ora il mio impegno viene ripagato con un contratto a progetto presso una casa editrice e un numero imprecisato di collaborazioni occasionali con altre aziende per cercare di incrementare le entrate.
Ma cosa fanno quelli che lavorano in casa editrice? Mediamente le persone non lo sanno. Sul tema c’è una battuta ormai classica che circola da sempre negli ambienti legati all’editoria (tramandata da Umberto Eco e probabilmente pronunciata da Valentino Bompiani, che a sua volta chissà da chi l’aveva copiata):
Una signora chiede che cosa faccia un editore: scrive libri? No, risponde l’editore, quelli li scrivono gli autori. Allora li stampa? No, quello lo fa il tipografo. Li vende? No, lo fa il libraio. Li distribuisce alle librerie? No, quello lo fa il distributore. E allora che cosa fa? Risposta: tutto il resto.
Quel “tutto il resto” è banalmente la scelta del testo da pubblicare (italiano o straniero), i contatti con gli autori o con gli editori stranieri, l’editing sul testo (ovvero la sua correzione più o meno approfondita), il controllo delle traduzioni, l’ideazione della grafica di copertina, la gestione dei diritti, il marketing, la comunicazione alla rete di vendita (ovvero i rappresentanti che dovranno convincere i librai a comprare il libro), la gestione dell’ufficio stampa, la responsabilità dell’ufficio tecnico (che si interfaccia con gli stampatori, e decide modalità di stampa, tipologia di carta, etc.).
La distribuzione di questi incarichi varia da casa editrice a casa editrice e a volte più di una di queste mansioni vengono svolte da una persona sola. Meno ovvio è che spesso questi incarichi siano ricoperti da professionisti inquadrati con finti contratti a progetto: in teoria, collaboratori, in pratica responsabili, ad esempio, di stipulare contratti tra l’azienda e gli autori, o di comunicare i nuovi libri della casa editrice alla stampa.
Ma come vivono questa situazione questi professionisti preparati e appassionati (ancor di più dato che questo è un mestiere che non si fa per caso, ma, come si dice, un “mestiere vocazionale”)?
Anno dopo anno i dipendenti scompaiono: chi va in pensione viene sostituito da lavoratori a progetto che in realtà lavorano più ore dei loro predecessori, senza poter contare su straordinari, ferie e malattia pagati; senza parlare di tredicesima, quattordicesima o bonus di produzione.
Nella casa editrice in cui lavoro attualmente, la redazione è composta per più della metà da firmatari di contratti a progetto, che per la maggior parte svolgono un lavoro che è in tutto assimilabile a quello dei loro colleghi dipendenti (necessità di presenza più o meno fissa in ufficio, totale assenza di autonomia nello svolgere il proprio lavoro, rinnovo automatico del contratto, e per la stessa mansione, che per altro è quasi sempre difficilmente riconducibile a un progetto circoscrivibile e limitato nel tempo).
Le conseguenze della precarizzazione del lavoro incominciano a essere chiare, se non universalmente almeno a chi come me ha trent’anni e fa parte forse della prima generazione che ha diffusamente e organicamente risentito di questo cambiamento nella gestione del lavoro.
Io sono fortunata ad avere un compagno, perché altrimenti dovrei probabilmente dividere la stanza con qualcun altro; ma con i nostri 2000 euri lordi al mese siamo comunque costretti a condividere casa con uno sconosciuto. Se volessimo aprire un mutuo ci troveremmo probabilmente in difficoltà. Per ora figli non ne vogliamo, ma anche in quel caso si aprirebbero scenari sconfortanti. Per non parlare del fatto che ogni anno si arriva a dicembre con il fiato rotto: l’anno prossimo lavorerò o no?
Ma al di là di queste conseguenze generiche che colpiscono tutti i precari, ce ne sono altre che riguardano precipuamente il lavoro precario in ambito editoriale, e che finiscono per influire su uno degli oggetti culturali per antonomasia: il libro.
[Conoscendole meglio, ora mi limiterò a parlare delle conseguenze della precarizzazione del lavoro in ambito prettamente editoriale, ovvero delle sue ricadute sul lavoro dell’editor (colui che ha come compito principale quello di leggere libri italiani e/o stranieri e comprendere se possano interessare ai lettori e rientrare nella programmazione della casa editrice per cui lavora) e sul lavoro del redattore (colui che corregge la forma del testo sia a livello macro, ovvero di struttura, sia a livello micro: sintassi, grammatica, ortografia).]
Ormai i lavori vengono svolti a cottimo (correggi tot pagine e ricevi tot soldi); spesso al di fuori delle case editrici e quindi lavorando in automatico e perdendo completamente il senso dell’obiettivo della casa editrice. Mediamente un redattore o lettore esterno non ha alcun potere contrattuale; l’unica scelta è quella di accettare o meno le condizioni economiche, le tempistiche e le modalità della casa editrice. Il ricatto è sempre quello: se non lo vuoi fare a queste condizioni, troverò di certo qualcuno che lo fa al posto tuo. I lavoratori a progetto dovrebbero essere professionisti autonomi e in quanto tali stipulano i contratti individualmente e non possono fare valere collettivamente le loro istanze, o perlomeno non ci sono ancora organizzazioni che glielo permettano davvero. Per arrivare a una retribuzione mensile sufficiente, i redattori devono accettare quante più commesse possibili e giostrarsi tra mille lavori contemporaneamente pur di non rimanere senza soldi. Si dice che se rifiuti un lavoro una volta, da quell’azienda non riceverai più commesse. Spesso poi sono gli stessi redattori precari “interni” alla casa editrice a mandare le commesse all’esterno: redattori che come dicevamo lavorano mediamente più dei dipendenti, e sono costretti a coprire tutti i buchi nell’organizzazione dell’azienda. Questi redattori spesso non si rendono conto di comprimere i tempi di lavorazione dei redattori “esterni”. È la guerra tra i poveri, anche in ambito editoriale. Alla fine quest’ansia di prendere tutto anche se non si ha davvero tempo per svolgere il lavoro con calma, pur di guadagnare abbastanza, porta a un’ovvia depauperazione della qualità dei libri.
Da un punto di vista psicologico, poi, c’è la sensazione di essere lasciati soli e di non essere ascoltati per le proprie proposte e idee. I nuovi redattori che, come me qualche tempo fa, si affacciano alle case editrici vengono immediatamente abbandonati a loro stessi. Si restringono sempre più i momenti di formazione interna. Spesso anzi si instaura un clima di diffidenza tra colleghi, preoccupati di rimanere attaccati al loro lavoro. Mors tua, vita mea: occhi bassi sulla bozza, e macinare parole.
Il concetto di dipendenza viene modulata alla bisogna dai “capi”. Teoricamente sei autonomo, però mi servi internamente per svolgere un lavoro analogo a quello di un dipendente senza dovermi sobbarcare il suo costo del lavoro. D’altro canto, essendo tu meno di niente perché collaboratore e quindi autonomo, non puoi avere idee o influire sulle scelte aziendali, e se la tua fosse proprio una buona idea, il merito non potrà che prenderlo qualcun altro, magari quell’unico dipendente che può “rappresentare” l’azienda.
Faccio un esempio banale: se io, lavoratrice a progetto, scovo un autore ancora non pubblicato e lo propongo alla casa editrice, questo mio lavoro (che implica una formazione precisa, capacità di ricerca, conoscenza approfondita del mercato straniero e/o italiano, acume, curiosità, lungimiranza, preveggenza etc. etc.) non verrà riconosciuto in alcun modo. Se davvero piace, il libro sarà acquisito, messo in lavorazione e pubblicato, ma il merito andrà tutto al direttore editoriale che potrà al limite essermi riconoscente. Se anno dopo anno io mi vedo soltanto rinnovare il contratto a progetto e quindi questa riconoscenza non si tramuta in nulla di concreto, secondo voi quante altre volte avrò voglia di usare il mio tempo (anche extra lavorativo, dato che questo mestiere è difficilmente circoscrivibile alle ore d’ufficio) a cercare nuovi autori? Pensate a quanto questo spreco di persone preparate e formate e curiose e piene di passione potrà influire a lungo andare sulla vivacità culturale di questo paese.
Ma questa situazione generalizzata è riconosciuta dagli editori? Nell’ultimo rapporto sullo stato dell’editoria, pubblicato dall’AIE (l’Associazione di categoria degli editori italiani), si trova solo un criptico passaggio relativo alla condizione del lavoro nelle case editrici. Dopo i dati sulla grandezza del mercato italiano, sulla percentuale di lettori (purtroppo ridotta) e sulla crescita del fatturato dell’industria editoriale, si accenna di passaggio che “i segnali di crisi emersi nel 2008 preannunciano ombre sul tessuto occupazionale (specie su collaboratori esterni e su grafici, illustratori)”. Tutto qua.
E ora facciamo un giochino, vi sfido!, andate sul sito dell’AIE (http://www.aie.it/) e provate a trovare notizie, articoli, analisi, statistiche, chessò: accenni, sul precariato in editoria. Io non ci sono riuscita. In generale, sulla stampa nazionale, la condizione del precariato intellettuale all’interno delle case editrici librarie è taciuto.
Penso che anche la non consapevolezza dei lavoratori faccia parte integrante del problema. C’è una tale aspirazione a fare questo lavoro, che troppo spesso vengono accettate condizioni, trattamenti e pagamenti che non sono per nulla in linea con la propria formazione o esperienza professionale. E le aziende hanno tutto l’interesse a mantenere i lavoratori divisi, senza una reale comunicazione tra di loro, in modo che non sappiano cosa succede a chi fa il loro stesso lavoro. Va a finire che chi ha più potere contrattuale spunta condizioni migliori, la massa degli altri rimane a terra.
Credo poi che ci sia una vera e propria connivenza dei master, corsi universitari, corsi tenuti dalle piccole case editrici, che continuano a nascere in Italia. Perché non viene fatto cenno alla condizione precaria nell’editoria? Perché non si aiutano gli studenti oltre che a formare la propria professionalità, anche a valutarla e a farla riconoscere economicamente?
Per quanto mi riguarda, mentre mi faccio queste domande, continuo ad andare avanti, ancora innamorata del mestiere che faccio, anche se sempre più arrabbiata per le condizioni in cui sono costretta a farlo; senza riuscire, e non per colpa mia, ad affezionarmi ad alcun progetto di lunga durata.
Continuo a pensare che una nazione che non immagina il futuro sia una nazione morta.
ieri ho avuto una telefonata tutto sommato surreale con mia madre.
dopo i normali “hai mangiato? ti vesti abbastanza?” di rito, out of the blue mia madre è passata a:
- ma il contratto te l’hanno rinnovato? e per quanto?
- ma la tredicesima ce l’hai? e il premio di produzione? e le ferie pagate?
non so, probabilmente aveva letto un articolo sul precariato qualche secondo prima, ma quello che mi fa specie è che lei legge il giornale tutti i giorni e vede il telegionarle tutte le sere, nonché sentire con una qualche frequenza radiorai. insomma è apparentemente una persona informata.
quello che voglio dire è che, come precaria, vivo in un mondo schizofrenico: la mia vita è basata su coordinate che un’altra parte di mondo là fuori ignora. come se vivessimo su due mondi tangenti.
è un lavoro straordinario questo di Dave Eggers, che, a partire dal libro di Maurice Sendak di quarant’anni fa, espande il mondo delle creature selvagge e indaga la storia di Max, il protagonista bambino.
perché Max abbandona la sua casa vestito da lupo? cosa gli è successo, cosa lo affligge, di cosa ha paura? e chi sono le creature selvagge, perché Max ne diventa re e cosa lo fa di nuovo partire?
Eggers riesce a calarsi nella testa di un bambino di otto anni, come se anche lui avesse ancora la stessa età e ti fa rivivere le stesse paure, insoddisfazioni, ansie come se non le avessi mai dimenticate. ogni emozione è vivida. l’inquietudine, la paura, il desiderio, il vuoto, l’ansia di fare.
e poi il mondo dell’isola, eruzioni di fantasia impazzita, tanto sovrabbondante da permettersi lo sfondo, la citazione en passant, l’inserimento come particolare in un mondo conchiuso. prodigi di una mente sfrenata.
Le creature selvagge ha anche un altro pregio, oltre a far ridere, commuovere, avvolgere in un sogno da bambini. Chiede: cos’è che vogliamo? tutti: i grandi i piccoli i vecchi gli ottimisti i disillusi i materialisti i sognatori i cinici i vuoti i pieni i matti i saggi gli ambiziosi i dormienti, cosa vogliamo? cibo, casa, gioco, una pelliccia calda su cui dormire, qualcuno vicino e poi un sogno.
* e stasera sono pronta per il film di Spike Jonze
ho appena scoperto che questa è la copertina definitiva dell’antologia tratta da McSweeney’s che esce a giorni e in cui ho messo abbondantemente le mani. sono emozioni.
sappiatemi dire che ne pensate, della copertina (che vabbé secondo me è bellissima e per cui bisogna ringraziare solo Pink Flamingo) ma soprattutto della raccolta.













