[dopo mille dubbi su come strutturare questo blog per farlo diventare più simile a quello che dovrebbe essere - uno sguardo dentro un mondo molto sognato e abbastanza invisibile agli occhi degli esterni sprovveduti libromani quale ero io fino a poco tempo fa - mi siete involontariamente venuti in aiuto, con le chiavi di ricerca usate per arrivare qui. inauguro quindi una nuova rubrichetta dove raccogliere pensieri più o meno sparsi sul "tema del giorno"]

lavoro in campo editoriale da relativamente poco, cinque anni. ho iniziato per passione. un giorno ho avuto un’illuminazione: se i libri mi piacevano così tanto, perché non tentare di farne un lavoro? penso che sia così poco originale un po’ per tutti quelli che vorrebbero lavorare in editoria. un semplice desiderio basato sull’osservazione delle proprie abitudini/attitudini, che poi si tramuta poco a poco in passione e, con l’esperienza, in professionalità.
questa la mia via: ho seguito un corso breve in editoria, ho fatto uno stage, ho corretto molte bozze e letto molti pessimi manoscritti, ho avuto un breve contratto a progetto in una rivista, ho frequentato un master in editoria e fatto un altro stage. e ora ho un contratto (sempre a progetto, ovvio, ma questo è un altro discorso) come redattrice e qualche collaborazione occasionale sparsa.
questo il mio percorso, uno dei tanti. di certo mi ha aiutato: aver deciso abbastanza presto ed essere perseverante, aver fatto un po’ di esperienza da relativamente giovincella, e aver avuto la possibilità di frequentare uno dei master più prestigiosi, ancora abbastanza serio riguardo all’organizzazione degli stage presso le aziende.
temo che, ora come ora, la frequentazione di un master sia uno degli ingressi privilegiati, almeno a giudicare da quante new entries come me ho incontrato in questi anni che come me avevano frequentato corsi/master etc.
altra modalità è la (sempre italianamente tanto amata) cooptazione per amicizia, nelle sue varianti: sei amico di un mio parente/capo, parente di un mio parente/capo, amico/parente mio et similia.
a questo punto, mi pare francamente preferibile la prima via, che perlomeno dovrebbe fornire un’attestazione della preparazione delle persone. poi certo, si aprirebbero discorsi lunghissimi su quanto ci si possa preparare in questa “materia”. al punto che molto spesso vengono scelte, anche a ragion veduta, soggetti che mai e poi mai avrebbero pensato di finire a lavorare in una casa editrice, per la loro esperienza in campi diversissimi e la loro supposta conseguente apertura mentale.
c’è poi da dire che la cooptazione di cui prima non dev’essere sempre e necessariamente interpretata come derivata dalla più becera raccomandazione. ogni medaglia porta con sé l’altra faccia e molto spesso ho incontrato persone che non eranosicuramente entrate grazie a un curriculum, ma comunque preparatissime e corrette. e forse più che in altri lavori, salvo smentite, il lavoro editoriale ha bisogno di una comunanza di intenti, gusti e visioni del mondo, che non possono essere facilmente determinate dalla lettura di un foglio di carta.
ma certo, poca democraticità in ogni caso (sono consapevole che la formazione sia costosissima e tagli fuori in molti).
quanto all’autocandidatura. il problema è sempre lo stesso, che mi sono sentita ripetere quasi tutti i giorni da qualche anno a questa parte: le persone che vogliono entrare in una casa editrice sono tantissime e molto spesso hanno poca esperienza in campo lavorativo. quindi nel mandare curriculum, la prima speranza è quella di essere letti, e molto spesso questo accadrà soltanto se la casa editrice ha un effettivo bisogno in quel momento.
molto spesso il modo più semplice per cominciare è la lettura dei manoscritti, in italiano o lingue straniere. le redazioni sono fameliche di lettori che siano capaci di valutare approfonditamente un romanzo, giudicandone trama, struttura, tenuta, ritmo, possibile accoglienza del pubblico e armonia con il programma editoriale della casa editrice, stilando una scheda. personalmente, penso che sia uno dei lavori più belli del mestiere editoriale. purtroppo è anche uno di quelli peggio pagati, e in proporzione più impegnativi. però, è da qui che si comincia, se appunto non si può fare leva su conoscenze, inserire in curriculum esperienze precedenti o approfittare di uno stage.
il capitolo degli stage è altro e importantissimo. per cominciare questo: in tutti i casi è una vetrina di se stessi. anche se la casa editrice offre uno stage unicamente per ottenere bassa manovalanza a basso/nullo costo, il tirocinio è comunque un’occasione per farsi conoscere e fare esperienza. può servire per il curriculum, ma anche, se si dimostra di essere particolarmente abili, per fare breccia nel cuore di chi può offrirci un contratto o delle collaborazioni esterne.
per finire, e per quanto posso dire io e soprattutto nel mio campo (redazionale/editoriale), bisogna farsi sotto. e lavorare molto. quindi avere grande passione aiuta.
e, aggiungerei, studiare e essere curiosi e attenti a quello che si muove attorno, ma anche maniacali e precisi. avere a cuore la forma libro, amare il testo e la lingua, idolatrare la letteratura.